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Economia

Ormai è ufficiale: col via libera della Commissione Ue anche la piccola Lettonia (appena 2,2 milioni di abitanti, meno di una città come Roma), dal primo gennaio del prossimo anno, entrerà a far parte dell’area dell’euro che così passa da 17 a 18 stati membri. Un arrivo che premia gli sforzi di un paese che fin troppo “virtuosamente” ha sacrificato sull’altare dell’austerity e della difesa del cambio contro euro e quindi dei creditori esteri (a cui facevano capo 6,1 dei 12,5 miliardi di euro di depositi bancari esistenti a fine 2012) oltre un quarto del proprio Prodotto interno lordo nel biennio 2008-2010 (-26,5% per l’esattezza), per poi iniziare a recuperare terreno negli anni seguenti: +5,5% nel 2012, +3,8% e +4,1% secondo le previsioni Ue quest’anno e il prossimo.

Un risultato che peraltro non ha ancora riportato il Pil del piccolo stato ai livelli di prima della crisi e che è stato raggiunto praticando feroci tagli fiscali, riducendo drasticamente i salari e il tenore di vita della popolazione e perdendo un decimo della popolazione attiva (120 mila persone) per emigrazione. Celebrata dai cantori dell’austerity “espansiva” (gli stessi che non si sono accorti di macroscopici errori di calcolo nei modelli teorici di base finché uno studente di economia non ha provato a rifare i calcoli su Excel) come opposto virtuoso dell’Argentina, la Lettonia giunge in realtà nell’agognato euro dopo aver chiuso un occhio o anche tutti e due rispetto all’inflazione, così da abbattere i tassi d’interesse reale e riavviare la propria domanda interna, il tutto mentre gli istituti di credito locali si sono ben guardati, a differenza dei concorrenti europei, dall’attuare una stretta sul credito.

Ma come può un investitore europeo, ed italiano in particolare, provare a scommettere sull’ulteriore crescita del piccolo stato baltico, in vista del suo ingresso nell’Eurozona? Anzitutto, come più volte fatto notare dagli esperti dell’Istituto per il commercio estero (Ice), in termini di economia reale si può scommettere sulla necessità di ammodernamento degli impianti produttivi, ma anche sul comparto immobiliare e su quello turistico. Se siete un imprenditore potete dunque avere concrete occasioni di trovare nuovi clienti, confidando anche sul fatto che il sistema creditizio-finanziario lettone non ha mai fatto mancare anche in questi anni il proprio sostegno alle imprese locali.

Tra l’altro proprio in Lettonia a inizio anno il gruppo UniCredit sta finendo di concentrare tutte le attività presenti nell’area del Baltico (entro fine mese dovrebbero essere chiuse le filiali e gli uffici corporate di AS UniCredit Bank in Estonia e Lituania) e dunque è al gruppo di Federico Ghizzoni che potete provare a domandare per ottenere crediti e servizi finanziari nel caso vogliate provare a esportare prodotti, macchinari e servizi “made in Italy” a Riga e dintorni.

Dal punto di vista più strettamente finanziario scommettere sulla Lettonia è possibile anzitutto investendo in titoli di stato del paese baltico che però non offrono rendimenti particolarmente allettanti. L’emissione del più recente titolo di stato a tre anni, lo scorso 14 febbraio, ha visto collocati poco meno di 60 milioni di lat (la moneta lettone, il cui cambio con l’euro è pari a circa 1,425, dunque si è trattato di un’emissione di poco meno di 85 milioni di euro) ad un tasso medio annuo lordo dell’1,375%, mentre il decennale in scadenza nell’aprile del 2014 a fronte del pagamento di una cedola del 4,25% è quotato attorno a 103 (con rimborso a 100), pari a un rendimento effettivo inferiore all’1,25%. Per fare un paragone, un Btp italiano a tre anni (novembre 2017) rende attorno al 2,56% netto, un Bot a 12 mesi (aprile 2014) rende lo 0,65% netto.

Se invece volete correre qualche rischio in più potete optare per obbligazioni corporate, ad esempio della compagnia telefonica Bité Latvija che nei mesi scorsi ha collocato un eurobond da 200 milioni di euro, scadenza 2018, che paga una cedola a tasso variabile del 7,50% sopra l’Euribor a tre mesi (XS0883689753) e scade nel 2018 che sulla borsa del Lussemburgo è scambiato attorno a 100,79 (ma con uno spread denaro-lettera molto ampio, tra 98,77 e 102,81). Si tratta peraltro di un’obbligazione con un rating “B-“ attribuito da Standard & Poor’s dunque di classe “non investment grade” o “junk” che dir si voglia. Visto però le prospettive del paese, impegnato nel potenziamento delle proprie reti in fibra ottica, potrebbe essere una scommessa in grado di offrire soddisfazioni agli investitori. E le azioni? Esiste un mercato azionario a Riga, in cui sono però quotate solo 31 titoli degli 80 complessivamente scambiati sui listini baltici (saliti mediamente tra il 7% e il 12% negli ultimi 12 mesi), per cui è sconsigliabile un investimento diretto a meno di non conoscere molto bene la compagnia in cui si investe e il mercato in cui opera.

Luca Spoldi

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