Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Economia » Poste su TIM, lo Stato che torna (stavolta per costruire). Il commento

Poste su TIM, lo Stato che torna (stavolta per costruire). Il commento

Quello che vediamo oggi è, in fondo, la realizzazione del piano originario di KKR: separare la rete, alleggerire la struttura, rendere sostenibile il business e arrivare, alla fine, a un riassetto complessivo fino al delisting

Poste su TIM, lo Stato che torna (stavolta per costruire). Il commento

C’è sempre un momento in cui un Paese smette di inseguire e prova a decidere. L’Ops di Poste Italiane su Telecom Italia è esattamente questo: non un’operazione finanziaria, ma una scelta industriale. Dopo anni di incertezze, di tentativi incompiuti, di asset messi sul mercato, si prova finalmente a dare una direzione a una delle infrastrutture più delicate del Paese. E, soprattutto, si chiude un cerchio. Perché quello che vediamo oggi è, in fondo, la realizzazione del piano originario di KKR: separare la rete, alleggerire la struttura, rendere sostenibile il business e arrivare, alla fine, a un riassetto complessivo fino al delisting. Un disegno che allora sembrava solo finanziario e che oggi diventa la base per una possibile ricostruzione industriale.

LEGGI ANCHE: Telecomunicazioni, l’Italia con l’Opa di Poste su Tim da 10,8 miliardi torna alle origini. Al governo oltre il 50% della nuova società

Dentro questa traiettoria va letta anche l’azione di Pietro Labriola, che troppo spesso è stata raccontata solo come gestione dell’emergenza. In realtà, con lo scorporo della rete, Labriola ha fatto quello che andava fatto: ha messo in sicurezza TIM. Senza quella scelta, oggi probabilmente parleremmo di un’altra storia, molto più pesante. Ha preso un gruppo fragile e lo ha riportato su un binario sostenibile. È esattamente questo che oggi consente a Poste di muoversi.

Chi parla di ritorno dello Stato continua a usare categorie vecchie. Lo Stato non è mai uscito davvero, ma per anni ha giocato in difesa. Qui cambia il passo: si passa all’attacco. Poste smette definitivamente di essere solo recapito e pagamenti e diventa una piattaforma integrata che tiene insieme clienti, servizi e – se l’operazione andrà in porto – telecomunicazioni, dati, sicurezza. È un salto di scala e di ambizione che ha una logica precisa: presidiare un’infrastruttura che oggi vale più di molte industrie tradizionali.

In questo quadro, il margine di manovra del management di TIM è inevitabilmente limitato. Labriola può negoziare, affinare, accompagnare il processo, ma non può opporsi davvero. Perché il suo azionista di riferimento, diretto o indiretto, è lo Stato. E quando lo Stato decide su asset strategici, la direzione è segnata. Questo non cancella il lavoro fatto, anzi lo valorizza: significa che quella messa in sicurezza era propedeutica a un passaggio più grande. Poi, certo, conoscendo il capitalismo pubblico italiano, resta una domanda sullo sfondo: finita questa partita, per Labriola si aprirà un’altra casella? Magari una poltrona in qualche partecipata, come spesso accade quando gli equilibri si ridisegnano. Non è cinismo, è esperienza.

La questione vera però è un’altra. Meglio questo tentativo, ambizioso e coerente, o l’immobilismo degli ultimi anni? Meglio un soggetto che prova a tenere insieme i pezzi o una TIM lasciata sola, contendibile, esposta a logiche di breve periodo? Questa operazione non è priva di rischi, ma ha un merito che in Italia non è scontato: indica una direzione. E in un sistema che per troppo tempo ha navigato a vista, è già un cambio di passo.