C’è sempre un momento in cui un Paese smette di inseguire e prova a decidere. L’Ops di Poste Italiane su Telecom Italia è esattamente questo: non un’operazione finanziaria, ma una scelta industriale. Dopo anni di incertezze, di tentativi incompiuti, di asset messi sul mercato, si prova finalmente a dare una direzione a una delle infrastrutture più delicate del Paese. E, soprattutto, si chiude un cerchio. Perché quello che vediamo oggi è, in fondo, la realizzazione del piano originario di KKR: separare la rete, alleggerire la struttura, rendere sostenibile il business e arrivare, alla fine, a un riassetto complessivo fino al delisting. Un disegno che allora sembrava solo finanziario e che oggi diventa la base per una possibile ricostruzione industriale.
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Dentro questa traiettoria va letta anche l’azione di Pietro Labriola, che troppo spesso è stata raccontata solo come gestione dell’emergenza. In realtà, con lo scorporo della rete, Labriola ha fatto quello che andava fatto: ha messo in sicurezza TIM. Senza quella scelta, oggi probabilmente parleremmo di un’altra storia, molto più pesante. Ha preso un gruppo fragile e lo ha riportato su un binario sostenibile. È esattamente questo che oggi consente a Poste di muoversi.
Chi parla di ritorno dello Stato continua a usare categorie vecchie. Lo Stato non è mai uscito davvero, ma per anni ha giocato in difesa. Qui cambia il passo: si passa all’attacco. Poste smette definitivamente di essere solo recapito e pagamenti e diventa una piattaforma integrata che tiene insieme clienti, servizi e – se l’operazione andrà in porto – telecomunicazioni, dati, sicurezza. È un salto di scala e di ambizione che ha una logica precisa: presidiare un’infrastruttura che oggi vale più di molte industrie tradizionali.
In questo quadro, il margine di manovra del management di TIM è inevitabilmente limitato. Labriola può negoziare, affinare, accompagnare il processo, ma non può opporsi davvero. Perché il suo azionista di riferimento, diretto o indiretto, è lo Stato. E quando lo Stato decide su asset strategici, la direzione è segnata. Questo non cancella il lavoro fatto, anzi lo valorizza: significa che quella messa in sicurezza era propedeutica a un passaggio più grande. Poi, certo, conoscendo il capitalismo pubblico italiano, resta una domanda sullo sfondo: finita questa partita, per Labriola si aprirà un’altra casella? Magari una poltrona in qualche partecipata, come spesso accade quando gli equilibri si ridisegnano. Non è cinismo, è esperienza.
La questione vera però è un’altra. Meglio questo tentativo, ambizioso e coerente, o l’immobilismo degli ultimi anni? Meglio un soggetto che prova a tenere insieme i pezzi o una TIM lasciata sola, contendibile, esposta a logiche di breve periodo? Questa operazione non è priva di rischi, ma ha un merito che in Italia non è scontato: indica una direzione. E in un sistema che per troppo tempo ha navigato a vista, è già un cambio di passo.

