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Economia
barroso 400

L'ufficialità è arrivata con l'annuncio di Josè Manuel Barroso: l’Italia esce dalla procedura europea di infrazione per deficit eccessivo in rapporto al Pil ed Enrico Letta torna a sperare (e con lui migliaia di aziende italiane) di poter avere almeno un maggior potere contrattuale in ambito comunitario per riuscire a smuovere l’intransigente Germania sul tema della “golden rule”.

Guai però ad abbassare la guardia. Lo dice chiaramrnte Barroso: "Il debito è ancora alto, l'italia non si rilassi". Secondo l'Ue, l'attuazione delle riforme "rimane problematica e vi è spazio per ulteriori interventi", anche se "sono state adottate importanti riforme per rafforzare la sostenibilità di bilancio e stimolare la
crescita".

La Commissione parla anche di Imu. E non lo fa certo nella direzione intreparesa dal governo. L'Europa ribadisce la richiesta di "trasferire il carico fiscale da lavoro e capitale a consumi, beni immobili e ambiente assicurando la neutralità di bilancio". Come a dire: per abbassare le imposte sul lavoro c'è bisogno di tassare consumi (leggi Iva) e gli immobili (leggi Imu). Per farlo Bruxelles suggerisce di "procedere alla riforma del catasto allineando gli estimi e rendite ai valori di mercato", mentre in materia di tassazione sui consumi chiede di "rivedere l'ambito di applicazione delle esenzioni e aliquote ridotte dell'Iva e delle agevolazioni fiscali dirette".

Barroso striglia anche le banche: nel settore occorrre "promuovere pratiche di governo societario che sfocino in una maggiore efficienza e redditività, per sostenere il flusso del credito alle attività produttive". La Commissione richiede anche di "agevolare la risoluzione dei prestiti in sofferenza iscritti nel bilancio delle banche" e di "promuovere maggiormente lo sviluppo dei mercati dei capitali al fine di diversificare e migliorare l'accesso delle imprese ai finanziamenti"

Il ritorno dell'Italia tra i Paesi virtuosi non avrà, nell'immediato, effetti concreti. Lo stesso premier italiano lo sa bene. Inutile dunque caricare di eccessive attese, come fa parte della stampa italiana, il prossimo euro vertice di giugno. In quella sede si parlerà solo della “youth guarantee”, ossia dei 6 miliardi di euro che la Ue-27 si è impegnata a trovare, tra tutti i suoi membri, per sostenere i giovani disoccupati tra 2014 e 2020. Visto le cifre in gioco per l’Italia si tratterà al più di qualche centinaia di milioni di euro (dai 400 ai 600 milioni a seconda delle fonti), insufficienti a risolvere il problema di una disoccupazione giovanile che ormai supera il 38% nel Belpaese ma che in altri paesi come la Grecia o la Spagna è ben oltre il 50% (per Atene siamo ormai al 59,1%, per Madrid al 55,9%).

Eppure proprio la disoccupazione giovanile, assieme alla necessità di evitare l’incremento di un punto dell’Iva da luglio e di ridurre il peso degli oneri sociali che gravano sulle imprese, come chiesto ancora nei giorni scorsi dal presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, rappresentano le tre principali priorità del governo Letta in tema di rilancio della crescita. Un rilancio per assistere al quale occorrerà probabilmente lasciar trascorrere ancora un po’ di tempo, almeno fino a settembre quando, finalmente, si terranno le elezioni politiche in Germania, i cui rappresentanti ai vertici delle istituzioni europee (come un paio di giorni fa il membro del board della Bce, Joerg Asmussen) continuano a frenare sull’ipotesi cara all’Italia, ma non solo, di scorporare la spesa per gli investimenti produttivi dal computo del deficit.

merkel letta

Letta proverà comunque a sfruttare subito la maggior forza contrattuale di cui dispone da oggi l’Italia, rientrata nel novero dei paesi anche “ufficialmente” virtuosi, per far almeno avviare la discussione in seno al Consiglio Ue, in vista di una possibile decisione operativa nel vertice di dicembre. Quale che sia l’esito di tale discussione gli effetti, che il ministro degli Affari Regionali, Graziano Delrio, ha indicato poter essere tra i 7 e i 10-12 miliardi di euro, pari a “un deficit dello 0,5% in più rispetto all’1,8% nominale” fissato come obiettivo dal Documento di economia e finanza (Def) varato lo scorso aprile dal governo uscente (anche se il peggioramento congiunturale potrebbe portare ad un deficit effettivo del 2,4% ovvero del 2,9% una volta tenuto conto del mezzo punto “spendibile”), si sentiranno solo a partire dal prossimo anno.

Su come andrebbero spesi questi miliardi e come reperirli è probabile che si incentreranno le discussioni a livello nazionale e comunitario per i prossimi sei mesi. L’ipotesi al momento più accreditata è che si vada ad incrementare i cofinanziamenti nazionali dei fondi strutturali comunitari ancora da spendere per il periodo 2013-2015 (pari a una dozzina di miliardi di euro) e il Commissario Ue agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, si è già impegna a elaborare per inizio giugno le linee guida su quello che potrà essere il nuovo regime contabile europeo per gli investimenti pubblici.

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