
Con crescita modesta (negli Stati Uniti e in Giappone) o assente (in Europa, dove anzi per ora si registra una decrescita alquanto virulenta), un sistema bancario che fa utili grazie più ai tagli dei costi che non a un’espansione della propria attività (che anzi resta in calo, soprattutto nel vecchio continente) e le banche centrali tutte impegnate a irrogare il mercato di liquidità (BoJ, Fed e BoE) o a promettere di farlo (come fa da ottobre scorso la Bce di Mario Draghi col suo programma di Omt, peraltro avendo nel frattempo precisato che il programma sarebbe attivabile solo per paesi “virtuosi”, ossia solvibili, quindi che hanno comunque accesso ai mercati finanziari), qual è la strategia migliore per un investitore a lungo termine?
Perché è chiaro che a breve, da qui al prossimo anno-anno e mezzo, l’oro e i preziosi sono fuori gioco, il petrolio e le materie prime potrebbero avere problemi a segnare ulteriori consistenti rialzi, i bond sono sempre più a rischio di una correzione, mentre le borse possono continuare a far bene, semmai sostituendo gradualmente i temi operativi da quelli incentrati sul recupero del comparto finanziario e dei titoli “interet rate sensitive” alla possibilità, specie per i gruppi più esposti alla domanda dei mercati emergenti, di veder finalmente ripartire i titoli ciclici (dai produttori di beni di consumo ai telefonici).
Oltre l’orizzonte del 2015, tuttavia, in pochi si azzardano a fare previsioni e c’è un perché: se la crescita non si manifesterà in misura significativa, molti paesi, Italia compresa, rischiano di veder saltare nuovamente i conti e stavolta, anche a causa della pro-ciclicità delle misure di repressione finanziaria finora adottate, con un livello di indebitamento più alto sia in valore assoluto sia in relazione al Pil (dato che il debito stesso cresce ad un tasso annuo di gran lunga superiore al Pil medesimo). Col conseguente rischio, secondo ad esempio Willem Buiter, capo economista di Citigroup, che proprio nel 2015 possano aversi una serie di “tagli” al debito sovrano decisi da uno o più paesi membri di Eurolandia.
Una soluzione, lo si è visto ancora di recente con la Grecia, che comporterebbe perdite consistenti ai detentori di tali titoli ma che in questo momento non è “nei prezzi”, nonostante i segnali giunti anche dall’eurovertice di Dublino tenutosi venerdì e sabato, in merito ad un allungamento delle scadenze per il rimborso degli aiuti da parte di Irlanda e Portogallo (e alle voci di richieste da parte di Cipro, respinte, di maggiori aiuti della “troika” o, che è la stessa cosa, di condizioni meno draconiane da rispettare per ottenerli).
*BRPAGE*
Così alcuni suggeriscono: indebitatevi in yen, valuta destinata a continuare a perdere forza contro dollaro ed euro visto che la Banca del Giappone (BoJ) raddoppierà la base monetaria nel prossimo biennio prendendo il testimone dalla Federal Reserve (che invece andrà rallentando la sua politica monetaria fin qui fortemente espansiva) e investite in dollari o in attività reali, destinate a rivalutarsi, specie se un po’ di inflazione dovesse alla fine vedersi. L’inflazione potrebbe essere “l’ultima tentazione” delle banche centrali occidentali per evitare un brutale taglio dei rimborsi dei titoli di stato. Ragioniamo: per capire quale sia il tasso di crescita nominale del Pil necessario a mantenere in equilibrio il rapporto debito/Pil occorre moltiplicare il costo medio del debito pubblico per il rapporto debito/Pil.
Nel caso italiano (che ha un costo medio del debito attorno al 3,11% e un rapporto debito/Pil del 130%) sarebbe necessaria una crescita (nominale) del 4% per mantenere l’attuale equilibrio dei conti (che vede il Belpaese tra i pochi il cui bilancio pubblico è al momento in pareggio “strutturale”). Le previsioni del Def appena approvato dal governo Monti parlano di un calo dell’1,3% del Pil quest’anno e di un rimbalzo di pari intensità l’anno venturo, poi il Pil dovrebbe crescere tra l’1,3% e l’1,5% negli anni successivi.
Prendiamo per buona una crescita media dell’1%: servono quasi altri 3 punti percentuali nominali all’anno. O l’inflazione, nel frattempo calata all’1,9% a fine febbraio, tornerà attorno a questi livelli (oscillava sul 3,3% nel primo trimestre dello scorso anno) o la crescita reale dovrà alzarsi. Altrimenti i conti, semplicemente, non terranno. E l’ipotesi di un taglio del debito sembrerà più concreta. A quel punto o Mario Draghi utilizzerà il suo “bazooka” e inizierà ad acquistare titoli di stato italiani (ed eventualmente spagnoli, piuttosto che anche portoghesi o irlandesi se saranno riusciti a tornare sul mercato) o per chi detiene i cari vecchi Btp saranno guai.
*BRPAGE*
Se cercate la tranquillità sarà dunque meglio spostarvi gradualmente su scadenze a breve-medio termine (da uno tre anni), prendendo profitto da qui al prossimo anno sui titoli a più lunga scadenza su cui aveste investito. O puntare su titoli indicizzati all’inflazione, come i Btp€i o il Btp Italia, che nei prossimi giorni tornerà ad essere emesso e che sembra piacere agli analisti di Morgan Stanley, secondo i quali lo sconto con cui questi titoli trattano rispetto ad altri non è del tutto giustificato e potrebbe dunque dare spazio ad un ulteriore recupero delle quotazioni pur garantendo una buona difesa del capitale.
Se poi volete essere ancora più sicuri prendete nota di come le banche centrali stiano tornando a comprare oro, approfittando del ribasso delle quotazioni; i prezzi del metallo biondo non risaliranno tanto presto, ma da qui al 2015 potrebbero smettere di scendere, costituendo una ideale polizza contro eventuali default tecnici o meno che siano. Non è il caso di specularci, ma forse un 10% del vostro portafoglio potrebbe meritare una “doratura”.
Luca Spoldi
