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Economia

di Francesco Solaro*

Il contratto di rete è stato istituito dalla legge n. 33/2009 per poi essere perfezionato con la legge n. 99 del luglio 2009. In base all’articolo 3, commi 4-ter e ss., del decreto legge 10 febbraio 2009, n. 5, due o più imprenditori perseguono lo scopo di aumentare, individualmente e collettivamente, la propria spinta sia innovativa che competitiva sul mercato obbligandosi, sulla base di un programma comune di rete, a collaborare in forme e in ambiti predeterminati attinenti all’esercizio delle proprie imprese ovvero a scambiarsi informazioni o prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica ovvero a esercitare in comune una o più attività rientranti nell’oggetto della propria impresa.
In uno scenario economico sempre più globalizzato e competitivo, la rete può rappresentare per le imprese un’opportunità per uscire dal mercato nazionale e penetrare in nuovi mercati esteri che rappresentano, ormai, sbocchi commerciali sempre più vitali, ma che una impresa di micro, piccole e medie dimensioni da sola non potrebbe raggiungere. Il contratto di rete comporta quindi una serie di vantaggi, tra cui quello di condividere know-how, progetti di ricerca, strategie di sviluppo aziendale, miglioramento delle performance aziendali con altre imprese anche se geograficamente distanti. È questo l’elemento innovativo rispetto al modello distrettuale e al consorzio ancora dominanti nel nostro sistema industriale.

L’INDAGINE QUALITATIVA

I risultati di un’indagine qualitativa del ministero dello Sviluppo economico, la prima indagine sul territorio nazionale, effettuata a dicembre 2012, mostrano che circa il 50 per cento delle imprese in rete intervistate ha dichiarato che il contratto ha come obiettivo quello di accrescere la propria competitività sui mercati europei (42,4 per cento su quelli extraeuropei), dato che rispecchia la vocazione internazionalista per il quale il contratto è stato istituito. Tuttavia gli imprenditori che sono in rete si aspettano prima di tutto un aumento della propria competitività sul mercato italiano (63,8 per cento del campione), seguito dall’innovazione di prodotto e di servizio (59,9 per cento), dalla promozione di un marchio comune e dalla realizzazione di attività in ricerca e sviluppo (52,3 per cento). Tra i vantaggi che ha comportato la rete spicca quello di aver incrementato il know-how dell’azienda (36,5 per cento); vengono poi indicati il miglioramento delle relazioni commerciali (35,9 per cento ), le agevolazioni fiscali (17,1 per cento ) e infine la facilitazione all’accesso al credito (12,8 per cento ). Da ciò emerge chiaramente che le imprese sono in rete non per i vantaggi fiscali, come pessimisticamente ci si attendeva, ma perché percepiscono le vere opportunità che lo strumento può determinare nella vita di un’azienda.
Riguardo ai benefici che il contratto di rete ha prodotto sulle performance aziendali si segnala una diminuzione dei costi di produzione (16,7 per cento ), un sensibile aumento del fatturato (38,5 per cento ), degli investimenti (33,3 per cento ), dell’occupazione (25,6 per cento ) e dell’export (21,8 per cento ).
Da tenere in considerazione anche i consigli che le imprese del campione suggeriscono per migliorare il contratto di rete: il sistema bancario dovrebbe riconoscere un “rating di rete” (è la risposta maggioritaria rispetto alle altre); si dovrebbero poi rendere continuativi nel tempo gli incentivi fiscali, migliorare l’informazione sullo strumento e la relativa diffusione sul territorio, estendere il contratto ad altri soggetti (in particolare università e centri di ricerca, imprese estere, esercenti attività professionali), semplificare le modalità di registrazione e quelle attuative di recesso.

UNA ANALISI QUANTITATIVA

Più recenti i dati di una indagine Unioncamere: ne emerge un crescente interesse delle imprese all’utilizzo di questo nuovo strumento di aggregazione, e non solamente di quelle localizzate nell’area centro-settentrionale del paese. Sono stati realizzati 768 contratti di rete, in aumento rispetto a novembre 2012, coinvolgendo 3.964 imprese, 20 Regioni e 100 provincie.
La maggior parte dei contratti sono di tipo regionale, ovvero costituiti tra imprese della stessa Regione, mentre 135 reti sono stabilite da imprese appartenenti a due Regioni differenti (30 contratti in più rispetto a novembre 2012); sono infine 68 i contratti tra imprese appartenenti a tre o più Regioni: il dato evidenzia una scarsa propensione delle imprese, seppur in lieve aumento, a mettersi in rete con altre aziende distanti dal proprio ambito territoriale. Le reti sono in larga misura di media densità ovvero costituite da 4 a 9 imprese (367), bassa densità 3 imprese (219), micro densità 2 imprese (101), le macro-reti rappresentano invece una netta minoranza. Sono costituite sotto forma di società di capitale la maggior parte delle imprese che operano in rete (2.659), seguite dalle società di persone e ditte individuali, in crescita anche la forma cooperativa (da 195 a novembre 2012 a 276 nel 2013).
La Regione che fa registrare il maggior numero di contratti è la Lombardia, seguono l’Emilia Romagna e Veneto, mentre tra le regioni meridionali si distinguono Puglia e Campania.

*Lavoce.info

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