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I conti Rcs dicono che la cessione della sede del CorSera s'ha da fare. E, infatti, il piano industriale appena predisposto dall'amministratore delegato Pietro Scott Jovane la prevede. Tanto più perché la ricapitalizzazione, secondo le indiscrezioni (è dato per certo) sarà di soli 400 milioni, soglia minima che basta giusto a coprire giusto i 380,5 milioni di perdita maturata a fine settembre. Oltretutto, a fronte di 875 milioni di indebitamento netto e 300 milioni di euro di nuovi investimenti previsti per rilanciare un business, la cui redditività è erosa dalla feroce concerrenza e dal crollo dei ricavi pubblicitari.

A meno, dunque, di mettere mano al portafoglio in maniera più cospicua, cacciare fuori cioè più di 400 milioni, la sede storica del Corriere va "valorizzata" come dicono i vertici di Rcs Mediagroup, con buona pace dei giornalisti che dovranno fare le valigie per la torre Rcs di Crescenzago. Poco importa che un coro di voci autorevoli si sia alzato contro la vendita dell'immobile di Via Solferino. Fra queste, quella del candidato del Pd alla Regione Lombardia Umberto Ambrosoli. Giovane avvocato ed ex consigliere indipendente (fino a dicembre 2012) del board di Via Rizzoli che, in una videointervista ad Affaritaliani.it, ha ribadito la sua contrarietà alla cessione perché "il palazzo ha un valore per l'intero Paese che va oltre quello economico".

Anche se ormai da esterno ("gli azionisti faranno le loro valutazioni", ha specificato), Ambrosoli ha però fatto capire da addetto ai lavori che uno spiraglio c'è. Gli azionisti, cioè, potrebbero essere d'accordo, come hanno chiesto oggi sul CorSera i giornalisti attraverso un comunicato del Cdr, a varare un rafforzamento patrimoniale maggiore rispetto ai 400 milioni fino ad ora previsti.

C'è da augurarlo, per solidarietà di corpo, ai colleghi di via Solferino. Certo è che la congiuntura che caratterizza le singole vite aziendali dei soci di Rcs  è un po' avversa. Il gruppo Fiat (socio al 10,5%) sembra voler gradualmente uscire dal settore e piuttosto che impegnare una quarantina (o più) di milioni di euro preferirebbe conferire asset (in particolare il controllo del quotidiano La Stampa, già ricapitalizzato per 15 milioni di euro lo scorso anno, dopo che l'ipotesi alternativa di conferire la concessionaria pubblicitaria Publikompass non ha incontrato il gradimento degli altri soci), mentre Mediobanca (primo socio col 14,2%) cerca di non pregiudicare l'utile dell'esercizio 2012-2013 dopo che la divisione "principal investing" (a cui fa capo la partecipazione in Rcs MediaGroup) ha già dovuto incassare l'ennesima svalutazione dei titoli Telecom Italia detenuti da Telco. Un conto salato da 100 milioni per Nagel e Pagliaro, l'ennesimo in 5 anni di avventura nelle Tlc.

Discorso simile per Generali (socia al 3,97%), per cui il business mediatico non ha alcun impatto significativo dal punto di vista industriale, e Banco Popolare (socio al 3,63%), mentre poco propensi a metter mano al portafoglio sembrano pure i Benetton (soci al 5,1%), i Merloni (2%) e i Pesenti (con Italmobiliare soci al 7,5% circa). Già alle prese con le loro impegnative situazioni aziendali.

Così ad aprire il borsellino potrebbero essere solo Giuseppe Rotelli (13%) e Diego Della Valle (8,7% circa del capitale), soci fuori Patto. Tanto l'uno quanto l'altro, però, sembrano "guardati a vista", in particolare il patron di Tod's che ha più volte avuto modo di criticare i bizantinismi della finanza dei "salotti buoni" tricolori tanto dall'essere tentato di cercare nuove occasioni mediatiche con l'acquisto, per ora mancato (ma c'è chi parla di possibili accordi nei mesi a seguire), di La7 dal gruppo Telecom Italia. Insomma, un cul de sac da cui difficilmente Rcs riuscirà ad uscire. A meno di un incisivo rimescolamento, come non a caso chiedono i giornalisti del CorSera nel comunicato odierno, dei pesi nell'azionariato, "lasciando spazio a nuove forze". 

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