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Risparmio, come investire in tempo di quantitative easing e far soldi

Risparmio, come investire in tempo di quantitative easing e far soldi
draghi ape
Dopo che Draghi ha reso noti i dettagli del quantitative easing, trader e gestori si preparano a correggere i portafogli. Se a breve termine sono più interessanti i depositi vincolati, i titoli a media scadenza non dovrebbero subire troppi scossoni, mentre qualche ulteriore sprint potrebbe essere messo a segno dai titoli a lunga scadenza. Il dollaro continuerà ad apprezzarsi, ma potrebbe non controbilanciare qualche ulteriore calo dei T-bond o anche di Wall Street. Ecco come investire

L’attesa è finita: lunedì Mario Draghi darà avvio al programma di acquisto di bond dell’eurozona da 60 miliardi di euro al mese destinato, in teoria, a durare almeno fino a settembre del prossimo anno “e comunque finché non si vedrà “un sostenuto adeguamento del ritmo dell’inflazione” che la stessa Bce secondo le sue stime più recenti vede invariata quest’anno, pari all’1,5% nel 2016 e all’ 1,8% nel 2017, in parallelo ad un rialzo del Pil di Eurolandia che dopo la conferma del +0,9% segnato nel 2014 (peraltro con differenze macroscopiche, se è vero che in Italia nello stesso periodo il Pil è calato dello 0,5%) è ora visto in crescita dell’1,5% quest’anno, dell’1,9% il prossimo e del 2,1% nel 2017.

Il primo “quantitate easing” della storia della Bce per il momento non riguarderà la Grecia, già abbondantemente sostenuta da Eurotower (che ha finora prestato ad Atene 100 miliardi di euro, il 68% del Pil greco, e che ha ulteriormente alzato i fondi prestati alla banca centrale ellenica per fornire liquidità d’emergenza alle banche, portandoli a 68,8 miliardi): se ne riparlerà eventualmente quando Atene avrà rinegoziato con la “troika” Ue-Bce-Fmi un terzo piano di aiuti, condizionati (in questi giorni si parla di un possibile ulteriore bailout da 40-50 miliardi di euro) o un piano di uscita dal programma appena esteso di altri quattro mesi, così da vedere il rating sovrano greco tornare a livello di “investment grade”.

Riguarderà anche solo parzialmente bond e titoli di stato a rendimenti negativi (su cui a gennaio, prima delle ultime elezioni greche, erano parcheggiati circa 1.200 miliardi di euro, un quarto di tutto il flottante dei titoli di stato europei), come i Bund tedeschi, purché il rendimento non sia inferiore al tasso applicato dalla stessa Bce sui propri depositi (-0,2% al momento). Col che si potrebbe pensare che la Bce non avrà molta scelta, dovendosi in sostanza limitare ad acquistare in maggioranza Btp italiani, Bonos spagnoli o Oat francesi, che sulla scadenza dei 10 anni rendono ormai tra l’1,25% e lo 0,6% lordo annuo.

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In realtà Draghi ha già spiegato che non avrà difficoltà a trovare titoli (le cui durate potranno andare dai 2 ai 31 anni), perché il 50% del debito sovrano europeo è detenuto da investitori stranieri, con un’ampia base di investitori di natura non bancaria più che disposta a monetizzare i guadagni già segnati negli ultimi mesi cedendo i titoli alla Bce, che dunque non dovrebbe aver necessità di forzare i prezzi. Morale: salvo alcuni movimenti tecnici che potrebbero verificarsi già nei prossimi giorni ora che i trader sanno con maggiore precisione cosa la Bce acquisterà e cosa no (Credit Suisse ad esempio ribadisce di comprare Bund a 15 anni e suggerisce di chiudere gli eventuali “short” di titoli tedeschi a 30 anni, e di preferire ancora, tra i titoli a lunghissimo periodo, quelli con scadenza 2044 rispetto a quelli con scadenza 2046), l’avvio degli acquisti di Draghi non dovrebbe causare particolari scossoni alle quotazioni dei bond in euro.

Questo significa che se avete investito i vostri risparmi in titoli di stato o obbligazioni corporate tra i 5 e i 10 anni probabilmente fareste bene a tenerle, mentre se volete investire qualcosa è possibile allungare leggermente l’orizzonte e comprare anche titoli a 15-30 anni, sempre con giudizio ossia per un peso in portafoglio non oltre il 15%-20%. Più prudenza è consigliabile sulla parte a breve della curva, che ha già corso molto e ora potrebbe soffrire qualche presa di beneficio, tanto più che negli Usa il clima sta gradualmente cambiando e ormai un rialzo dei tassi della Federal Reserve è nell’aria, anche se probabilmente non interverrà prima di giugno (ma il mercato sta già adeguandosi alla prospettiva, tanto che un T-bond a 10 anni rende ormai oltre il 2,2% e uno a 30 anni sfiora il 2,8%).

Se, infine, più che titoli a reddito fisso preferite puntare su strumenti gestiti, vi converrebbe concentrarvi per il momento ancora su fondi ed Etf che investono in emissioni in euro governative o aziendali sempre a medio-lunga scadenza (5-15 anni), perché i monetari riescono a malapena a coprire le commissioni di gestione e ancora per un altro anno non dovrebbero offrire alcun rendimento: ci sono decisamente “parcheggi” migliori, come gli stessi conti di deposito, che su scadenze di 2 anni offrono ormai rendimenti lordi annui tra l’1,5% e il 2%.
Un portafoglio ideale per un investitore in euro potrebbe anzi essere composto per un quarto di depositi vincolati, per il 50% di titoli a medio termine (o fondi/etf che investano su tali scadenze) e per il restante 25% su titoli a lungo o lunghissimo termine. E il dollaro? Pare destinato ad apprezzarsi ulteriormente, ma non è detto che sia sufficiente a compensare il rischio di ulteriori cali delle quotazioni sia dei T-bond sia, dopo la lunga corsa vista in questi mesi, di Wall Street: se già siete investiti non avete molto di che preoccuparvi, se non lo siate non è il caso che corriate domattina a investire.

Luca Spoldi