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Economia
Salari rosa, cinema e finanza mobilitati per la parità

Di Giovanna Guzzetti

Che cosa hanno in comune due personaggi così diversi, e appartenenti a mondi diametralmente opposti, come Christine Lagarde e Patricia Arquette? Eppure in questi ultimi giorni, complice anche l’approssimarsi dell’8 marzo, i loro nomi sono stati affiancati per una comune presa di posizione a favore delle donne. La madre single diBoyhood ha scelto il palcoscenico dell’Oscar per invocare la parità salariale tra donne e uomini (visto che ci impongono quella come contribuenti…); la top manager del Fondo Monetario Internazionale, normalmente misurata e sobria (come la sua candida capigliatura) ha parlato di congiura, complotto, cospirazione nei confronti delle donne in tutto il mondo. Una scelta lessicale ben precisa che non lascia spazio a malintesi.
 
L’ostracismo del gentil sesso dal mondo produttivo è una gigantesca zavorra alla crescita globale: negli Stati Uniti la discriminazione femminile costa un 5% di (ulteriore) Pil; in Italia siamo al 15 %. In Egitto al 34%. Percentuali da paura, soprattutto in una fase dove la crescita rappresenta una sorta di mantra universale, che, tradotte in soldoni, cubano per novemila miliardi di dollari. Sì, novemila miliardi di bigliettoni verdi che vengono a mancare perché, in tutto il mondo, le donne si rifugiano nei piani B, opzioni alternative (e di minor valore) rispetto a quelle cui i loro talenti e la loro preparazione potrebbero aspirare.
Non può essere tutta e solo colpa della mancanza di intraprendenza del genere femminile o di una limitata disponibilità a spendersi in mansioni “gravose” in termini di tempo e responsabilità... e qui arriva Christine Lagarde a mettere nel mirino il compotto, ovvero quelle “restrizioni legali” che impediscono alle donne di essere “economicamente attive”.
 
Tutto ciò è stato fotografato anche nel Gender Gap elaborato dal World Economic Forum che, disegnando i trend mondiali, evidenzia situazioni non idilliache nel nostro Paese.
Su 142 paesi oggetto dell’indagine l’Italia, che occupa la 69esima posizione media, va meglio per la valorizzazione politica delle donne (37esimo posto, grazie al risultato delle elezioni 2013) ma precipita alla posizione n.114 alla voce “partecipazione e opportunità economiche”.
 
Tradotto, sul piano economico complessivo, le donne italiane sono messe male e stanno molto peggio degli uomini. Quando lavorano soffrono di un gap salariale stimato intorno al 7%; sono il gruppo di lavoratori che più di altri ricorre al part time (con la conseguenza di minor salario, minore partecipazione alla vita dell’impresa, minori, per non dir nulle, chance di promozione; pensioni molto più basse in vecchiaia) ed occupano i gradini più bassi della struttura aziendale.
Nell’Europa a 28 certo c’è chi sta peggio di noi se la media del gap salariale supera il 16% ma lo spaccato tricolore non è entusiasmante tra le diverse aree del Paese quanto a occupazione. Il Nord nel complesso raggiunge il traguardo auspicato a Lisbona nel 2000 (60% di occupazione femminile) mentre al Sud viaggiamo su percentuali dimezzate.
 
E’ possibile invertire la rotta? Direi che è d’obbligo se si vuole dare nuova linfa al Paese, a tutto l’Occidente industrializzato. Più lavoro per le donne equivale non solo a maggior prodotto interno lordo ma anche a anche a culle meno vuote. In Italia siamo ai minimi storici quanto a natalità (8,5 nati per 1000 abitanti) e limitiamo i danni solo grazie all’apporto delle straniere.
 
I rimedi? Per crescere professionalmente e cercare di assestare qualche colpo decisivo  al soffitto di cristallo l’impegno delle singole è cruciale. Non paga l’atteggiamento rinunciatario delle donne (spesso anche qualificate) che di fronte a scelte/impegni di “ famiglia “ abdicano al ruolo pubblico, fagocitate da stereotipi – superati - che spesso altri hanno disegnato per loro. La famiglia, i figli devono essere uno stimolo in più a fare. E a fare bene.

Le giovani donne che non vogliono essere drop out dal mondo del lavoro non possono dimenticare la formazione, sia top down sia in modalità autogestita; devono apprendere l’arte del negoziato, chiedere e saper chiedere con pari assertività.
 
Dalle istituzioni ci si può (deve) attendere un sostegno che si materializzi in maggiori servizi (che non vanno intesi come gratuiti) per la famiglia, politiche diffuse di conciliazione dei tempi lavoro-famiglia compresa l’introduzione/il riconoscimento dello smart working (che vede tra le sue principali sostenitrici Irene Tinagli, economista, deputata e mamma di un bimbo di un anno e mezzo), oggi possibile grazie anche alle soluzioni offerte da tecnologie user friendly e  su cui giace una proposta di legge in Parlamento.
Anche per arginare il tutt’ora elevato timore che le primipare lascino il lavoro prese dalle cure per il pupo, sarebbe auspicabile, come ha ripetuto con convinzione in più occasioni Ilaria Capua –parlamentare di Scelta Civica per l’Italia, virologa e mamma – premiare economicamente quelle neo mamme che decidono di tornare a svolgere la propria mansione al termine del periodo di assenza obbligatoria (da noi 4 mesi interamente retribuiti). Un istituto diffuso anche se con modalità diverse che non è previsto in soli tre paesi al mondo. E qui arriva la sorpresa: a tener compagnia a Oman e Papua Nuova Guinea niente meno che gli Stati Uniti.

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