“Salario giusto”, cosa cambia davvero con il decreto Meloni. Tutti i dettagli
Il governo Meloni ha fatto entrare in vigore il decreto sul cosiddetto “salario giusto” proprio il Primo maggio, nel giorno della Festa dei lavoratori. L’esecutivo lo presenta come una misura concreta per migliorare le condizioni di chi lavora, ma il testo pubblicato in Gazzetta ufficiale ha una portata molto più limitata: non introduce un salario minimo legale, non prevede aumenti automatici per chi oggi è sottopagato e non elimina i contratti pirata.
Il provvedimento stanzia 964 milioni di euro tra il 2026 e il 2028, in parte finanziati con fondi europei. Le risorse serviranno soprattutto a rifinanziare incentivi già esistenti per le imprese: sgravi contributivi per assumere giovani under 35, lavoratrici svantaggiate, personale nella Zona economica speciale del Mezzogiorno e per trasformare contratti a termine in rapporti stabili.
La novità è che questi benefici saranno riconosciuti solo alle aziende che applicano un trattamento economico considerato “giusto”. Ma il decreto non fissa una soglia minima oraria sotto la quale non si possa scendere. Affida invece alla contrattazione collettiva il compito di definire il salario adeguato, richiamando l’articolo 36 della Costituzione.
In concreto, viene considerato “giusto” il trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Non si parla solo di minimo tabellare, ma anche di indennità, tredicesima, quattordicesima, premi e altri elementi retributivi.
Per i lavoratori pagati troppo poco, però, non scatterà alcun adeguamento automatico. Chi ritiene di ricevere una retribuzione insufficiente dovrà continuare a rivolgersi al giudice per contestarla e chiedere eventuali arretrati. Il nodo resta l’assenza di contratti collettivi validi per tutti: senza una legge sulla rappresentanza, i contratti pirata potranno continuare a esistere. Le aziende che li applicano perderanno solo la possibilità di accedere agli incentivi.
Il decreto interviene anche sui contratti scaduti. Se il rinnovo non arriva entro dodici mesi, i datori di lavoro dovranno versare un anticipo sui futuri aumenti pari al 30% dell’indice Ipca. Una misura che, secondo i critici, rischia però di essere troppo debole per spingere davvero ai rinnovi.
Nella versione finale è invece scomparsa la norma che avrebbe reso retroattivi gli aumenti stabiliti dai rinnovi contrattuali. Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha annunciato che il tema sarà riproposto durante l’esame parlamentare.
Capitolo rider: il decreto recepisce l’impostazione della direttiva europea sul lavoro tramite piattaforma. Quando emergono elementi di controllo o eterodirezione, anche tramite algoritmi, il rapporto si presume subordinato, salvo prova contraria. Il testo però non indica con precisione quali siano questi elementi, lasciando ancora una volta ai giudici il compito di valutare caso per caso.
In sintesi, il decreto consente al governo di rivendicare un intervento sul tema dei bassi salari, ma non cambia davvero la condizione di chi oggi guadagna troppo poco. Rafforza il legame tra incentivi pubblici e contratti collettivi più rappresentativi, ma non introduce un salario minimo, non cancella i contratti pirata e non garantisce aumenti immediati ai lavoratori sottopagati.

