
Di Luca Spoldi
e Andrea Deugeni
Adesione molto alta in tutta Italia, stimata tra l’80% e il 90% a seconda delle fonti, allo sciopero dei circa 309 mila lavoratori del settore bancario (il primo da 13 anni) indetto per protestare contro la decisione dell’Abi (l’Associazione bancaria italiana) di disdettare con dieci mesi di anticipo il contratto nazionale oltre che per stigmatizzare il mancato accordo sul Fondo di categoria di solidarietà per il sostegno al reddito e all’occupazione. Ma mentre i sindacati suonano le proprie trombe e l’Abi si dice pronta a riaprire un confronto sul contratto, alcuni istituti non hanno perso tempo accelerando le procedure per alleggerire il numero di dipendenti con scorpori di attività ed esuberi veri e propri.
Tra le “grandi”, Mps si prepara ad esternalizzare dal primo gennaio del prossimo anno le attività di back-office tramite la cessione del relativo ramo d’azienda a una nuova società di servizi. L’operazione dovrebbe portare a 1.085 “esternalizzazioni” in tutta Italia (il 52% dei 2.058 dipendenti Mps appartenenti alla divisione denominata Daaca) entro fine anno, di cui 182 nel Salento, dove le autorità politiche già hanno lanciato l’allarme segnalando come tale numero corrisponderebbe ad un 70% dei 267 lavoratori salentini attualmente occupati e risulterebbe dunque particolarmente penalizzante per i lavoratori (quasi tutti giovani, l’età media è infatti di 46 anni) e il territorio, già gravato da numerose vertenze occupazionali.
Da notare come l’istituto senese a inizio mese abbia aggiornato il piano industriale presentato giusto in estate, portando dagli iniziali 4.500 esuberi (di cui 2.700 risultavano già usciti a fine giugno) a 8 mila entro il 2017, così da tagliare di 500 milioni annui il costo del personale. Dei 5.300 dipendenti “di troppo” Mps conta di liberarsi tramite un mix di cessioni di attività non strategiche (che riguarderebbero circa 4.200 persone) e il conferimento delle attività di back office a una Newo nella quale non è ancora certo se Mps parteciperebbe con una quota minima (attorno al 10%-15%), come pareva inizialmente, o che vedrebbe solo la presenza del gruppo toscano Bassilichi (al 60%) e di Accenture (per il residuo 40%), come sembra sempre più probabile.
Ma il Montepaschi non è l’unica grande banca ad esternalizzare: già lo scorso anno UniCredit aveva avviato il “progetto Newton” che prevedeva per quasi 2.500 dipendenti in tutta Europa (di cui 800 in Italia) operanti presso Ubis (Unicredit business integrated solutions, controllata cui fanno capo le attività di supporto tecnico, servizi informatici e di back-office che conta 8 mila dipendenti di cui 5.400 in Italia) una “esternalizzazione” tramite vari conferimenti di rami d’azienda ad alcune Newco a partecipazione minoritaria del gruppo guidato da Federico Ghizzoni.
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Dopo una prima cessione avvenuta nell’aprile del 2012 che ha visto il passaggio di 224 persone (dislocate tra Roma e Milano) da UniCredit a una Newco partecipata al 49% da Ubis e al 51% da Hp Enterprise Services Italia si è avuta una seconda “infornata” nel dicembre dello scorso anno con la creazione di una seconda Newco (in questo caso 49% Ubis e 51% Accenture, società che peraltro avrebbe fornito una ben pagata consulenza per lo studio di fattibilità del progetto Newton) in cui far confluire 112 dipendenti (25 a Roma, 87 a Trieste). Lo scorso giugno nuovo annuncio: questa volta la Newco (49% Ubis, 51% Ibm) assorbe 117 dipendenti veronesi (su 750 fino a quel momento in Ubis), prende il nome di Value Transformations Services e dichiara di voler crescere puntando a gestire non solo le macchine del gruppo UniCredit ma anche di altri istituti bancari.
Intanto però, sempre in Veneto, il gruppo Banca popolare di Vicenza ha dichiarato in questi giorni 30 esuberi in Prestinuova, aprendo per la prima volta la procedura di licenziamento collettivo prevista dalla Legge 223 e provocando la reazione allarmata dei sindacati che in una nota si sono subito dichiarati pronti a sedersi “ai tavoli di trattativa” per ricarcare “con tutti gli strumenti a disposizione, le condizioni per un accordo che dia tutele effettive e salvi i lavoratori da un ingiustificato incrudimento delle relazioni sindacali”.
Un incrudimento per molti inevitabile visto che le stime ufficiali parlano di almeno 20 mila esuberi entro il 2020 come effetto delle intese già siglate, numero che però potrebbe salire di almeno 10 mila unità secondo quanto dichiarato più volte dal vice presidente dell’Abi, Francesco Micheli, piuttosto che di altre 40 mila secondo stime sindacali, per un totale tra i 30-35 mila e i 60-70 mila esuberi complessivi che equivarrebbero ad una riduzione degli attuali livelli occupazionali tra il 10% e il 20%.
La crisi del credito mostra dunque il suo volto più duro e sembra voler scaricare sulle spalle dei dipendenti (oltre che della clientela a cui sempre meno credito viene accordato) anche anni di cattiva gestione del credito stesso da parte di un magement che, accusano in molti, ha saputo in troppi casi tutelare molto bene se stesso e i propri “amici” ma molto meno i dipendenti e la clientela “ordinaria”.
