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Economia

di Marco Cantamessa, Francesca Montagna e Paolo Neirotti*

 

TEMPI DI PAGAMENTO ALL’ITALIANA

Soprattutto in tempo di crisi economica, i termini di pagamento dei crediti commerciali sono particolarmente importanti per gli imprenditori delle piccole e medie imprese. Il decreto legislativo n. 192 del 9 novembre 2012, entrato in vigore lo scorso 1° gennaio, fissa gli standard per i tempi di pagamento a 30 giorni (60 in casi particolari). Può così contribuire a mitigare quello che è un ostacolo assai peculiare del sistema economico italiano. L’Italia si colloca infatti da sempre agli ultimi posti delle classifiche per la lunghezza dei termini di pagamento non solo della pubblica amministrazione, ma anche dei privati.

I termini di pagamento variano notevolmente da un paese all’altro e sono di solito associati a “variabili culturali” del business, oltre che all’efficienza del sistema giudiziario. Curiosamente, i paesi europei caratterizzati da maggior lentezza nei termini di pagamento si distinguono anche per una minore performance innovativa, come viene evidenziato dalla correlazione negativa tra le condizioni di pagamento (misurate con l’indice di pagamento Intrum Iustitia 2010) e l’indice d’innovazione ottenuto dallo European Innovation Scoreboard 2010.

I CREDITI DELLE START-UP INNOVATIVE

È possibile che la correlazione tra tempi di pagamento e innovazione registrata a livello europeo segnali qualche relazione di causalità tra i due fenomeni? Nella letteratura accademica il problema è stato poco studiato. L’attenzione ai crediti commerciali si è tradizionalmente soffermata sul loro ruolo come forma di finanziamento più flessibile rispetto al debito bancario, come strumento capace di ridurre asimmetrie informative e di correggere alcuni fenomeni di doppia marginalizzazione nella catena di distribuzione.
In prima battuta, è ragionevole ipotizzare che lunghi termini di pagamento, riducendo i ritorni ex-post della crescita conseguente a progetti innovativi di successo, diminuiscano la propensione delle imprese a iniziarli. L’effetto potrebbe però essere più profondo, e legato alla sostenibilità della struttura finanziaria di un’impresa in crescita. Per un’azienda che operi in un contesto stabile, concedere ai clienti dilazioni nei tempi di pagamento dei crediti commerciali costituisce un costo, ma poco più. Al contrario, per imprese con maggiori potenzialità di crescita, l’obbligo o la consuetudine di fornire una grande quantità di credito commerciale può ostacolare la possibilità di finanziare quantità crescenti di capitale circolante, rendendo insostenibile l’impresa stessa, in particolare nel caso di start-up.

Prendendo spunto da queste considerazioni, abbiamo sviluppato un modello analitico che studia in modo stilizzato il legame che aspetti operativi (margini di contribuzione e tasso di crescita dei ricavi) e “istituzionali” (livello di tassazione e durata dei crediti commerciali) hanno con la sostenibilità finanziaria dell’impresa.

Il modello dimostra come esista una durata dei crediti commerciali oltre la quale la sostenibilità finanziaria della crescita è di fatto impedita. Ad esempio, per valori realistici di tassi d’interesse pari al 10 per cento, indice di tassazione pari al 40 per cento, tassi interni di redditività pari al 100 per cento (tipici dei primi stadi di investimento effettuati da fondi di venture capital) e margini di contribuzione pari al 15 per cento, un’impresa start-up che preveda di raggiungere una condizione di stabilità del fatturato in diciotto mesi non potrà considerare tale crescita sostenibile se i tempi di pagamento diventano superiori ai quattro-cinque mesi.

UN’ANALISI EMPIRICA

Abbiamo provato a controllare se il vincolo posto dalla durata dei crediti commerciali nel condizionare la sostenibilità finanziaria delle imprese sia verificabile per via empirica. L’analisi è stata condotta su un campione di 490 imprese manifatturiere hi-tech, con meno di dieci anni di età (nel 2003) e con una serie storica completa di dati di bilancio tra 2003 e 2008. L’analisi ha confermato il modello teorico, evidenziando un effetto negativo quadratico della durata dei crediti commerciali sul tasso annuale di crescita dei ricavi, che è tanto maggiore tanto più le imprese sono giovani.

Questi risultati hanno implicazioni politiche evidenti. Le istituzioni devono porre attenzione alla questione dei termini di pagamento non solo per le Pmi in generale, ma anche per favorire la nascita e la crescita delle imprese a maggior potenziale, tra l’altro evitandone l’esodo verso paesi dove le condizioni siano meno sfavorevoli.

Secondo una visione liberista, regolare per legge i tempi di pagamento nelle transazioni commerciali rischierebbe di ridurre il benessere economico perché impedirebbe ad alcune imprese di raggiungere una contrattazione per entrambe le parti conveniente. Tuttavia, gli elevati costi di transazione sostenuti dalle Pmi nell’ottenere e far rispettare a controparti più grandi tempi di pagamento regolari e non iniqui vincola le loro possibilità di crescita. Dobbiamo quindi sperare che il decreto citato in apertura venga realmente applicato nella sua interezza, senza escamotage che ne diluiscano l’impatto, e senza che il superiore potere negoziale dei clienti e la paura di guastare le relazioni commerciali con essi possa condurre le imprese a non chiedere il rispetto dei diritti garantiti loro dalla nuova legge. Dai dati esaminati, emerge infatti la convinzione che il suo effetto potrebbe essere particolarmente significativo e virtuoso per le Pmi che hanno maggior potenziale di esprimere contenuti innovativi e traiettorie di crescita importanti e, ancor di più, sulle start-up.

 

*Lavoce.info

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