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Shale-oil, i nomi delle società a rischio. Chi le ha finanziate a Wall Street

Non sono solo i produttori americani o Trump a rischiare grosso. Il settore è fortemente indebitato e i fondi di private equity preferiscono…

Shale-oil, i nomi delle società a rischio. Chi le ha finanziate a Wall Street
petrolio
I produttori di shale oil americani hanno bisogno di quotazioni del petrolio sopra i 27-37 dollari al barile per non chiudere gli impianti. Un guaio per Trump, che rischia la rielezione, ma anche per tanti investitori privati che hanno finanziato in questi anni i costosi progetti del comparto. La buona notizia è che i grandi nomi come Warren Buffett sono pieni di liquidità e potrebbero intervenire evitando fallimenti a catena, quella cattiva è che già ora il settore è fortemente indebitato e ha necessità di aumenti di capitale che è difficile ipotizzare finchè durerà l’eccesso di offerta e i prezzi resteranno a livelli da più che azzerare ogni margine di profitto. Così il rischio-contagio cresce

 

Sarà come avevano già dimostrato le analisi di Hyman Minsky (troppo rapidamente dimenticate da molti investitori) che l’eccessiva stabilità genera instabilità, sarà che a seconda delle settimane si è passati dall’annunciare incrementi per milioni di barili al giorno della produzione petrolifere ad altrettanto roboanti dichiarazioni di volerla tagliare, sempre per milioni di barili al giorno. Fatto sta che più di un investitore è a dir poco preoccupato delle prospettive a breve e medio termine per il comparto petrolifero e per il settore dello shale oil in particolare.

 

Se le major petrolifere stanno già correndo ai ripari annunciando tagli dei costi e degli investimenti e la sospensione dei propri buy-back (ma non dei dividendi, almeno per ora), tra gli indipendenti la tensione è palpabile dopo che Whiting Petroleum ha avviato la procedura del Chapter 11 (in sostanza richiedendo di poter procedere a un concordato preventivo). Guai a pensare che il problema riguardi solo le compagnie petrolifere statunitensi o il presidente Trump, che alcuni sondaggi ora danno in svantaggio sullo sfidante democratico Joe Biden e che sa bene quanto il settore possa pesare sugli elettori di alcuni stati chiave.

 

Mentre Russi e Sauditi grazie alle cospicue riserve potrebbero resistere anche alcuni anni (si dice tra i 6 e i 10) con prezzi del petrolio tra 25 e 30 dollari al barile, ai “fracker” americani serve una quotazione del Wti tra i 48 e i 54 dollari al barile (a seconda delle zone geografiche) per avviare nuovi pozzi, mentre al di sotto di 27-37 dollari al barile vi è un incentivo a fermare gli impianti, tanto più in situazione di saturazione della capacità di stoccaggio come l’attuale. Il problema nel problema è che complessivamente il settore dello shale oil americano si è finanziato quasi interamente a debito (le emissioni dei fracker rappresentano quasi l’11% di tutto il mercato mondiale dei bond corporate “high yield”) e ai prezzi attuali i debitori appaiono agli occhi dei bondholder totalmente “under water”. Servirebbero ristrutturazioni del debito esistente accompagnate da robuste ricapitalizzazioni per evitare fallimenti a catena.

 

Nel frattempo BPX (controllata di BP) che solo lo scorso anno ha investito 10,5 miliardi di dollari per diventare il maggiore produttore del settore bloccherà quasi del tutto la produzione, lo stesso sembrano intenzionate a fare Diamondback Energy e Parsley, mentre Occidental Petroleum, che si era pesantemente indebitata per scalare Anadarko, è sull’orlo del fallimento ed il suo debito (in tutto pari a 35,2 miliardi di dollari) è già stato degradato a “junk” (carta straccia) da Moody’s e Fitch. Così mentre Ubs ha alzato da 90 miliardi a 140 miliardi di dollari le sue stime sul controvalore totale di emissioni obbligazionarie del settore che finiranno con l’essere giudicate “junk”, la lista dei possibili prossimi “fallen angel” si allunga ogni giorno di più, comprendendo ormai anche Apache Corporation, Marathon Oil, Continental Resources, Cimarex Energy, Noble Energy, Hess, WPX Energy e le stesse Diamondbank Energy e Parsley.

 

Ci sono poi i grandi fondi di private equity e venture capital che hanno investito in progetti legati allo shale oil: secondo i dati di Crunchbase, sono oltre 200 le imprese che hanno ricevuto finanziamenti di private equity, tra cui solo per citare le più recenti Alba Equity, Eos Advisory, Scottish Investment Bank, ArcLight Capital Partners, Bdc Capital, piuttosto che Waterious Energy Fund, Pine Brook Road Partners, Highfields Capital Management o NGP Natural Resources. Dei “grandi nomi”, i più esposti al settore appaiono KKR, Blackstone Group e Carlyle, ma non tutti sono convinti che le difficoltà del settore significheranno automaticamente perdite miliardarie per i grandi capitalisti di ventura.

 

In effetti all’inizio di febbraio il settore del private equity e del venture capital risultava disporre ancora di oltre 2.500 miliardi di dollari di fondi da investire, avendo in molti casi lanciato nuovi fondi solo nell’ultimo anno e mezzo e dovendo dunque ancora effettuare acquisizioni. Tra i tanti investitori alla finestra, pronti a comprare a prezzi di saldo quando la tempesta sarà passata, vi è anche Warren Buffett: solamente sua Berkshire Hathaway, che in portafoglio ha anche partecipazioni in MidAmerican Energy e Occidental Petroleum, dispone di oltre 128 miliardi di dollari di liquidità e di recente il ha anche liquidato titoli di compagnie aeree come Delta Airlines e Southwest Airlines.

 

Proprio Buffett in un’intervista di quattro anni fa aveva ipotizzato le conseguenze di un prezzo del petrolio pari a zero: “sarebbe un bene per noi” come americani aveva spiegato, dato che gli Usa erano all’epoca un importatore netto e avrebbero risparmiato miliardi di dollari sulla bolletta energetica.

 

Proprio la crescita dello shale oil ha peraltro cambiato lo scenario, facendo diventare per la prima volta da decenni gli Usa un esportatore netto di greggio. In ogni caso, aveva aggiunto il “guru” di Wall Street, visto che gli Usa producono 15 milioni di barili di petrolio al giorno, passare da 30 dollari al barile a zero significa veder volatilizzata una produzione equivalente a 450 milioni di dollari al giorno, ossia quasi 165 miliardi di dollari l’anno.

 

I prestiti bancari concessi a fonte di tale produzione “si inasprirebbero molto rapidamente, i produttori smetterebbero rapidamente di acquistare servizi”, “le persone perderebbero rapidamente lavoro nel settore della produzione” e dei servizi a questa correlati. Morale: “inizialmente si bloccherebbero certe aree, poi inizierebbe ad andar male l’immobiliare, poi Houston, e così via”. A quel punto il problema non sarà più limitato ai gruppi del fracking, ma riguarderà una buona parte dell’economia americana e, di riflesso, dell’economia mondiale. Ecco perché occorre sperare che i prezzi si muovano lentamente e le istituzioni e gli investitori mondiali siano in grado di prendere opportuni provvedimenti per evitare l’effetto-contagio.