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Se è vero che non c'è due senza tre, dopo il caso spagnolo e quello, di queste ore, di Cipro, anche per la Slovenia potrebbe essere la costituzione di una "bad bank" la ricetta con cui la Ue proverà a lasciarsi alle spalle le scorie della lunga crisi banco-sovrana che da quasi tre anni continua a pesare sulle prospettive dell'area dell'euro e della sua valuta. Una crisi, va ricordato, che finora la politica di repressione fiscale adottata su pressione dell'egemone europeo, la Germania, non è riuscita minimamente a risolvere, semmai sommando alla crisi di liquidità derivante dalle incertezze degli investitori circa la valutazione dei titoli di stato dei sovrani periferici anche una pesante ipoteca sul valore di asset immobiliari e dei crediti in portafoglio ai maggiori istituti del vecchio continente, complice la recessione in cui le misure pro-cicliche adottate dai vari governi "tecnici" istauratisi nel Sud Europa hanno finito con l'accentuare.

La prima a provare la via della "bad bank", ossia della creazione di un veicolo finanziario cui conferire gli asset a rischio delle maggiori banche per evitarne il tracollo, è stata la Spagna e non a caso le discussioni circa l'adozione o meno di tale soluzione sono durate a Madrid molto di più che non nel caso di Nicosia (e ancor meno potrebbero durare se anche la Slovenia dovesse ricorrervi). Per poter vedere la luce una "bad bank" ha bisogno infatti di un sostegno pubblico, ma visto lo stato delle finanze di tutti o quasi gli stati membri europei "periferici" questo significa di fatto riuscire ad ottenere un sostegno pubblico comunitario.

Alenka Bratusek

La mutualizzazione del debito, negata con forza dalla Germania come ipotesi "operativa" fino a pochi mesi fa (e tuttora respinta nella forma di emissione di Eurobond o di concessione alla Bce di un ruolo di "finanziatore di ultima istanza" incondizionato) ha richiesto a sua volta che i governi che ne hanno fatto ricorso si impegnassero a varare una ulteriore serie di misure di ristrutturazione del settore bancario e di rigore dei propri conti pubblici. Rigore che è poi stato "ammorbidito" negli ultimi euro vertici concedendo un maggior lasso di tempo per centrare gli obiettivi concordati. In parallelo, come già avvenuto sin dal "salvataggio" della Grecia, una parte dell'onere del salvataggio è stato spostato dal settore pubblico al settore privato, vuoi con la decurtazione del valore dei titoli di stato (come in Grecia, appunto), ovvero del valore degli asset rilevati dalla "bad bank" (vedi il caso degli asset immobiliari spagnoli), vuoi con l'introduzione di una pesante patrimoniale su conti e depositi sopra i 100 mila euro (soglia al di sotto della quale vale l'assicurazione europea dei depositi), come appena capitato con Cipro.

Le tre alternative non sono in realtà alternative tra loro, ma complementari: a seconda della specifica situazione in cui versa un paese (e le sue banche), vengono adottati differenti mix di misure così da riuscire a raccogliere una parte più o meno importante dell'importo necessario al "salvataggio" e alla successiva ristrutturazione del sistema bancario (e del debito pubblico) del paese. La bad bank non è naturalmente la panacea di ogni male e può presentare criticità soprattutto in fase di definizione di quello che è il valore degli asset che verranno trasferiti. In Spagna, ad esempio, a Sareb (la "bad bank" di Madrid) sono stati trasferiti asset per 54 miliardi di euro mediamente svalutati del 40% rispetto ai valori a cui erano iscritti nei bilanci delle banche e che verranno rivenduti molto gradualmente nei prossimi anni (i primi 1,5 miliardi di asset dovrebbero essere ceduti già entro la fine dell'anno).

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