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CucinelliBrunello Cucinelli

Per ora è poco più che un “segnaposto”, ma la cessione di 1,2 milioni di azioni (circa l’1,72% del capitale) Brunello Cucinelli alla cinese Sichuan Lessin Department Stores (già partner al 49% della Brunello Cucinelli Lessin Fashion, che gestisce la rete commerciale del marchio italiano in Cina) al prezzo pari a 8,5 milioni di euro da parte dell’azionista di controllo Fedone (società controllata al 100% dallo stesso Brunello Cucinelli che controllava finora il 63,3% del capitale dell’omonima griffe quotata a Piazza Affari), operazione che formalizza un accordo già annunciato a inizio marzo, è la conferma di come i capitali cinesi siano attratti dal meglio del “made in Italy”, così come del resto sembrano esserlo altri investitori medio orientali e asiatici.

Fateci caso: prima di Brunello Cucinelli sono stati oggetto d’investimento gruppi come il polo delle barche da lusso costituito da Ferretti, la cui quota di controllo (il 75%) è passata ai cinesi si Shig (Shandon Heavy Industries Group) a inizio 2012 attraverso un’operazione da 374 milioni di dollari che ha visto il restante 25% equamente diviso tra banca Royal Bank of Scotland (ovvero il creditore che ha gestito la trattativa con le banche e gli azionisti) ed il fondo di venture capital newyorchese Strategic Value Partners (specializzato in investimenti in aziende “distressed”, ossia in stato di dissesto finanziario), con la definitiva uscita di scena del fondatore Norberto Ferretti, rimasto peraltro presidente del gruppo, che controlla anche i marchi Pershing, Itama, Bertram, Mochi, Crn, Custom Line e Riva (mentre nel 2010 era stato riceduto il 100% di Apreamare Spa e il polo nautico di Torre Annunziata).

Qualche mese dopo è stata la volta di De Tomaso, produttore di “supercar” da tempo in crisi, la cui maggioranza (80%) è passata dalla famiglia Rossignolo alla Car Luxury Investment, longa manus della cinese Hotyork Investment per una sessantina di milioni di euro, mentre a fine 2011 a finire sotto controllo di investitori cinesi erano stati i celebri biscotti Krumiri Rossi prodotti dal Biscottificio Portinaro & C. dell’omonima famiglia di pasticceri di Casale Monferrato.
 
A favorire la Cina oltre al differente andamento economico rispetto al mercato italiano ed europeo è stato il continuo rafforzamento dello yuan contro l’euro, nonché la debolezza “intrinseca” di molte piccole e medie imprese italiane, eccellenti sì ma ancora strettamente sotto controllo familiare e dunque sempre più spesso in affanno vuoi per il profilarsi di passaggi generazionali vuoi per problemi finanziar. Ma certo il gusto italiano deve avere un notevole “fascino” presso investitori e consumatori cinesi per giustificare questo costante flusso di acquisizioni, anche in tempi di crisi.

Tanto che anche un altro nome celebre del settore abbigliamento-moda quotato a Piazza Affari, Salvatore Ferragamo, ancora prima di sbarcare sul listino aveva visto entrare nel libro soci, nel marzo del 2011, l’imprenditore cinese di Hong Kong Peter Woo con un 8% (poi ridottosi al 6% dopo lo sbarco della società sul listino di Milano). Insomma: che siano le nostre specialità gastronomiche, gli yacht, le auto da lusso o vestiti e cashmere, il “made in Italy” continua ad attrarre investitori dagli occhi a mandorla. E quando non ci sono loro arrivano russi, indiani, inglesi, francesi o americani. Gli unici che continuano a latitare sono proprio gli imprenditori italiani, sempre meno in grado (salvo pochi grandi gruppi) di competere in un mondo sempre più globale dove comandano i re di denaro e dove le eccellenze, sempre più spesso, si comprano sul mercato più che al mercato.

Luca Spoldi

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