Spread in risalita e Btp al 4,6%, occasione o rischio? L’analisi
Lo spread torna a 100 punti base dopo oltre un anno e i rendimenti dei Btp si avvicinano al 4,6%. Quanto dobbiamo preoccuparci e che cosa cambia per le nostre tasche? Per capire le ragioni del rialzo e le sue conseguenze, Affaritaliani ha intervistato Giuseppe Carteni, partner LEAD Studio Legale. Dalle opportunità e dai rischi per chi investe ai maggiori costi per lo Stato, un’analisi degli effetti che riguardano anche chi non possiede titoli di Stato.
Lo spread torna a 100 dopo oltre un anno: quanto dobbiamo preoccuparci? È una soglia soprattutto psicologica oppure segnala un cambiamento nella fiducia dei mercati verso l’Italia?
Il ritorno a 100 merita attenzione, ma non gli attribuirei una valenza da soglia psicologica. Cento punti base indicano che il decennale italiano rende un punto percentuale in più di quello tedesco. Non è una linea rossa, non è una linea di confine. L’economia e la produzione tedesca hanno mostrato inaspettati timidi segnali di ripresa nel 2026, con un aumento del PIL dello 0,3% nel secondo trimestre rispetto al trimestre precedente.
Forse valorizzerei anche questo dato nel quadro generale, senza leggere automaticamente l’allargamento dello spread come una sfiducia verso l’Italia. Vediamo a livello globale il raggiungimento di un debito monstre ed un innalzamento sostanzialmente generalizzato dei rendimenti, veda gli Stati Uniti.
Perché sta risalendo: pesano di più le tensioni internazionali o i problemi dei nostri conti pubblici?
La componente internazionale-geopolitica è certamente rilevante. Salgono i rendimenti italiani, quelli americani e quelli degli stessi Bund tedeschi. Le tensioni energetiche alimentano i timori sull’inflazione; la tenuta dell’economia americana rende meno scontata, come abbiamo visto, una riduzione dei tassi. In Europa, invece, energia cara e crescita debole rischiano di convivere, creando una combinazione particolarmente delicata.
A questo quadro dobbiamo aggiungere la crescente richiesta di capitali per finanziare gli investimenti tecnologici, soprattutto americani, le emissioni obbligazionarie dei grandi gruppi dell’intelligenza artificiale possono concorrere alla pressione sui rendimenti, senza esserne necessariamente il fattore dominante.
Occorre quindi distinguere il rialzo generale dei tassi dall’allargamento dello spread: quest’ultimo può riflettere anche una minore disponibilità degli investitori ad assumersi rischi. Non è quindi corretto leggere tutto come una sfiducia specifica verso l’Italia, ma neppure considerare irrilevanti i nostri conti. L’origine della tensione è globale; poi conta la capacità delle singole economie di mostrarsi forti per contenere la percezione del rischio: più appariamo forti, minore è il premio per il rischio che ci viene richiesto.
Per i risparmiatori, i Btp diventano un’occasione o un rischio maggiore?
Per chi acquista oggi, rendimenti più elevati significano condizioni d’ingresso più remunerative. Per chi possiede già Btp a tasso fisso, invece, il rialzo dei rendimenti comporta una diminuzione del prezzo di mercato, più accentuata sulle scadenze lunghe. Chi avesse necessità di vendere prima del rimborso potrebbe quindi subire una perdita oggi non realizzata. Le cedole restano quelle pattuite e lo Stato si impegna a rimborsare il valore nominale, che non coincide necessariamente con il prezzo pagato.
Ma mantenere il titolo fino alla scadenza non elimina né il rischio dell’emittente né quello dell’inflazione, recuperare una determinata somma tra dieci anni non significa recuperarne lo stesso potere d’acquisto. Il punto è dunque capire quale funzione debba svolgere quell’investimento per il singolo risparmiatore. Un Btp decennale può contribuire a costruire flussi di reddito nel tempo, ma forse non dovrebbe essere interpretato come un’allocazione della liquidità che può servire a breve termine.
Con i Btp intorno al 4,6%, conviene comprare subito o aspettare rendimenti ancora più alti?
Domanda da sfera di cristallo. Oggi un rendimento lordo a scadenza del 4,6% non è male, considerando anche la tassazione agevolata, allo stesso tempo non allocherei tutto il patrimonio sui titoli di Stato. Le obbligazioni prevedono flussi contrattuali, le azioni consentono invece di partecipare alla crescita delle imprese, assumendosi certamente rischi diversi ma anche ponderati. La composizione del portafoglio deve partire dagli obiettivi, non dall’ultimo rendimento annunciato.
Per chi non possiede titoli di Stato, che cosa cambia?
Gli effetti degli incrementi dei tassi impattano sul costo del rifinanziamento delle nostre casse statali. Per la parte di debito a tasso fisso già emessa, le cedole non cambiano, il maggior costo si incorpora progressivamente attraverso le nuove emissioni e il rifinanziamento delle scadenze. Quindi, a parità di altre condizioni, lo Stato avrà meno risorse da destinare alle altre voci di spesa pubblic, da qui gli effetti indiretti anche per chi non possiede titoli di Stato. L’impatto di tali incrementi si propaga quindi nella sfera dell’intera economia e non impatta soltanto il portafoglio di chi possiede titoli di Stato.


