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Economia

di Andrea Deugeni

Poco più di 24 ore prima (forse le ultime utili per cambiare le cose) del Consiglio dei ministri che dovrà  iniziare a discutere dello spinoso tema del cuneo fiscale, il presidente della Confindustria Giorgio Squinzi ha incalzato nuovamente il governo. L'inquilino di Palazzo Chigi è diverso (non c'è più il mite Letta, ma quel Matteo Renzi che, appena sbarcato al Nazareno, propro col leader degli imprenditori aveva cercato un dialogo privilegiato), ma Squinzi continua a non far sconti. Soprattutto quando si tratta dell'azione di governo che deve dare una scossa all'economia italiana. La vera ripresa non è ancora arrivata, quindi bando ai toni ottimistici, ha sottolineato lo stesso numero uno di Viale dell'Astronomia in una lettera al CorSera. E ha posto un ultimatum a Renzi che vorrebbe destinare gran parte dei 10 miliardi disponibili al taglio dell'Irpef: "La riduzione del cuneo fiscale pagato dalle aziende è la questione chiave" per riportare la crescita in Italia. E poi una domanda agli italiani: "Vogliono un lavoro o qualche decina di euro di piè in tasca?". 

Con questa semplice domanda, che scavalca Renzi a sinistra (che domenica sera a sua volta aveva cercato di scavalcare a sinistra i lavoratori e le imprese mettendo al centro le famiglie destinatarie del prossimo intervento sulle tasse), Squinzi ha inchiodato Renzi. Ha messo cioè con le spalle al muro il leader di quel partito che ha sempre detto che bisognava ripartire dal lavoro (il lavoro come questione centrale, era e dovrebbe essere ancora lo slogan di sintesi del Pd) per rilanciare il Paese. Oltre al sospetto che la scelta di Renzi sia dettata da fini elettoralistici (a maggio ci son le Europee, con un consenso interno al Pd da consolidare e un avversario temibile come il M5S da battere), il che vanificherebbe (e squalificherebbe) in partenza la decisione di politica economica del nuovo governo, i criteri che devono guidare l'adozione prima e il giudizio poi sulla bontà  della scelta fatta sono puramente economici (ed econometrici). 70 euro in più in busta paga circa al mese per chi ne guadagna 1.200, daranno una scossa all'economia italiana quando il made in Italy non rappresenta il 100% (ma il 70) dei consumi nazionali?

I 10 miliardi quindi, in ultima battuta, arriveranno tutti alle imprese italiane in modo da sostenere, con maggiore offerta, il Pil, proprio come il governo si auspica? Già  questa domanda e questo passaggio dovrebbero spingere Renzi ad adottare maggiore cautela nel destinare subito, senza poco dibattito, tutte le risorse all'Irpef e nel lasciare alle imprese soltanto gli interventi sulla giustizia e la burocrazia che puntano a migliorare l'ambiente del business. In più, c'è da tener presente che, cosi configurato, il provvedimento sul cuneo avrebbe degli effetti simili ad un una tantum e non inciderebbe in maniera strutturale sul mondo produttivo italiano e sull'economia. Proprio dove sta mettendo invece l'accento l'Europa. Ecco che con la sua domanda Squinzi dimostra di aver colto la centralità  della questione: meglio due spicci in tasca o un lavoro in grado di generare una capacità  di reddito stabile e magari crescente nel futuro? Per assicurarsi che i maggiori utili conseguenti a un taglio del costo del lavoro siano poi reinvestiti, Renzi, come ha ben spiegato ad Affaritaliani l'economista Alberto Quadrio Curzio, potrebbe inserire una clausola per le imprese destinatarie dell'alleggerimento fiscale. Vediamo come il premier uscirà  ora dall'angolo.

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