di Andrea Deugeni
@andreadeugeni
Il boom delle Ipo (initial public offering)? Per il banchiere Giovanni Tamburi, intervistato da Affaritaliani.it, è appena iniziato e proseguirà in maniera sostanziosa. “Ce ne saranno molte altre già nel 2014, un ciclo che è destinato a durare qualche anno“, spiega. “Dopo lo scoppio della crisi dell’euro, il sentiment sui mercati è cambiato dopo la delusione degli operatori finanziari per le performance dei Paesi emergenti, da settembre 2013 e dopo la quotazione di Moncler, autentico caso di successo che ha spinto molti imprenditori a guardare a Piazza Affari“, aggiunge Tamburi.
L’INTERVISTA
Come valuta le misure della Banca centrale europea?
“Benissimo. Ottimi interventi. Draghi ha fatto bene anche a dire che, da una parte, possiamo attenderci ancora qualche misura e, dall’altra, che la Bce ha già fatto molto. Credo che i mercati, a freddo, reagiranno ancora meglio dopo aver accolto bene, a caldo, le novità”.
Il presidente della Bce Mario Draghi si è posto l’obiettivo concreto di incentivare l’afflusso del credito all’economia reale, di efficientare i meccanismi di trasmissione della politica monetaria e di dare, in ultima battuta, una scossa alla crescita, facendo ricorso anche a misure non convenzionali. Ce la farà?
“Sul credito ho una posizione diversa dalla maggior parte della gente”.
E cioè?
“Il credito c’è. Il credit crunch non c’è. Non è vero che le banche non fanno prestiti alle imprese. Le banche non riescono a stare in budget sugli impieghi. E’ che da una parte le imprese che li meritano non li chiedono, dall’altra, gli istituti vorrebbero erogare ad aziende che o hanno liquidità o che non hanno bisogno di credito. Quindi, il matching non c’è. Dopodiché è evidente che un po’ di allargamento della politica monetaria fa bene all’economia, però purtroppo si sta confondendo un teorico credit crunch con un discorso di selezione del credito, prestiti in passato concessi troppo e male. E ora le banche non vogliono tornare a quel livello che è rischioso. E’ questo il grande problema di questo momento: il mercato sta spingendo a dare i soldi a chi non li merita. Ed è sbagliato”.
A novembre ci sarà il risultato degli stress test condotti dalla Bce in vista del varo dell’Unione bancaria europea. Quale sarà l’esito per gli istituti italiani?
“Sicuramente buono. Poi c’è da dire che tutte le banche del mondo hanno bisogno di ricapitalizzazioni pesanti, perché il sistema equity, oggi come oggi, è sottostimato. Quindi, chi più e chi meno, avrà progressivamente bisogno di ricapitalizzarsi. Anche dopo gli stress test“.
La fase due del governo Renzi è incentrata sul passaggio dal Fiscal Compact al Growth Compact, dove le politiche per la crescita diventano centrali sia in Italia sia in Europa. Ce la farà il governo a passare dall’austerity alla crescita?
“La crescita c’è. Purtroppo noi mediamo la crescita di aziende sane che esportano con aziende che invece sono ferme, perché in passato non hanno innovato”.
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E quindi?
“Se per crescita si intende una spintona generale, è bene che non ci sia e che Renzi non s’inventi misure che possono spingere aziende che, invece, non devono andare avanti. E’ un po’ il discorso del credito fatto prima. Se per crescita s’intende, invece, una selettività maggiore per favorire le aziende che innovano ed esportano, allora ben vengano misure ad hoc“.
Come valuta la riduzione della pressione fiscale di 12,3 miliardi, fra interventi Irpef ed Irap su lavoratori e imprese? Avrà un effetto sostanzioso sulla crescita?
“Assolutamente sì. Come Paese, ci siamo sempre lamentati di avere un cuneo fiscale troppo alto: iniziare a ridurlo, quindi, è positivo. E’ giusto abbassarlo per favorire sia i consumi sia gli investimenti e la crescita, ma va fatto sulle imprese che crescono e che guadagnano”.
Quindi, per quanto riguarda l’Irap, il taglio dev’essere selettivo, come chiedeva a Renzi la Confindustria…
“Esatto, è meglio lasciare perdere le imprese che stanno male e che stanno morendo. Per cui agire sul cuneo fiscale è una manovra giusta, ma è necessario che il governo Renzi aiuti di più le aziende che hanno coraggio e investono, perché, al di là della defiscalizzazione pura delle imposte, se si riuscisse a trovare una sorta di nuova Tremonti che agevoli gli investimenti, si finirebbe per generare una spinta sana alla crescita. E non, invece, stupida, generalizzata o a pioggia”.
Parliamo del mercato azionario. In Italia si sta registrando una ripresa delle initial public offering (Ipo, quotazioni in borsa, ndr). Proseguirà il trend?
“Certo, ho appena fondato una società che sta partendo in questi giorni che si chiama Tipo, giocando sull’unione fra Tip (Tamburi investment partners, ndr) e Ipo, proprio per concentrarsi sulle aziende più piccole, al di sotto dei 200 milioni di euro di fatturato che hanno in progetto di andare in borsa. Quindi, sicuramente ce ne saranno molte altre già nel 2014, un ciclo che è destinato a durare qualche anno. Non so quanti, per l’esattezza, ma è un ciclo più solido di molti che abbiamo visto in passato”.
Ma quando ha avuto la netta percezione che in Italia per quanto riguarda le Ipo il sentiment degli operatori, dopo la tremenda crisi dell’euro, era cambiato?
“Il fenomento macro che ha sbloccato la situazione è stato, da settembre 2013, la delusione degli investitori internazionali per le performance dei Paesi emergenti e la presa di coscienza che l’Italietta non era poi così male. Per cui abbiamo assistito e stiamo assistendo ancora a uno spaventoso afflusso di denaro verso l’Europa, anche ex periferica”.
E dal punto di vista micro?
“Una svolta psicologica importante è stata data dall’operazione Moncler: un’azienda italiana, dieci anni fa sull’orlo del fallimento che Remo Ruffini, partendo da un semplice prodotto, ha risanato facendone il leader mondiale dei piumini. Il risanamento e lo sbarco in borsa ha dato molto coraggio a tutti quanti consideravano Piazza Affari invece un luogo di scommesse finanziarie per pochi”.






