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Economia

di Lucio Lussi - da www.riformisti.net

Una ghiotta occasione per le disastrate casse dei comuni, subito sfruttata dalle amministrazioni locali alle quali spetta la facoltà di istituire l’imposta e il suo importo.
 Secondo un’indagine effettuata dalla società JFC, un vero e proprio osservatorio sull’imposta di soggiorno, il numero dei comuni che hanno fatto ricorso al balzello è progressivamente aumentato negli anni, ed è cresciuto anche l’ammontare dei proventi della tassa: 163 milioni nel 2012, 287 milioni e 350 mila euro nel 2013 e ben 383 milioni stimati per il 2014.
 Il maggior numero di municipalità interessate si concentrano in Toscana (103 comuni) e in Piemonte (98 comuni). Il balzello non è presente nelle località del Friuli Venezia Giulia e sbarcherà soltanto nel 2014 nei comuni del Trentino Alto Adige.

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Le amministrazioni comunali hanno realmente reinvestito i proventi della tassa di soggiorno nel turismo? La risposta è nettamente negativa e la tassa di soggiorno si è trasformata ben presto in un’imposta generica, utilizzata per ripianare il deficit dei comuni italiani.
 Gli incassi del balzello non vengono reinvestiti per potenziare i servizi turistici e tutelare i beni culturali, come vorrebbe la legge, ma finiscono per foraggiare la spesa corrente e alcune “finalità sociali” poco chiare.
 Un grande bluff? Sì, senza dubbio.

Secondo la società JFC, infatti, “sono pochi i casi in cui i rappresentanti del Comune decidono, insieme alle associazioni di categoria, dove investire tale proventi perché nella maggior parte dei casi le Amministrazioni gestiscono tali fondi in maniera autonoma, senza concertazione con le categorie”.


Per uscire dall’imbuto e trasformare la tassa di soggiorno in un’imposta di scopo come previsto dal D.Lgs. 23/2011 è sufficiente garantire la certificabilità della spesa dei comuni, e la tracciabilità del flusso dei ricavi dalle strutture ricettive alla spesa dei fondi in finalità turistiche.

“E’ una tassa sui consumatori – attacca Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi - e le modalità di applicazione e di esenzione sono un tale condensato di fantasia difficile da spiegare non solo ai turisti italiani ma ancor di più agli stranieri”.

Secondo l’indagine di JFC, infatti, il 79,6% dei nostri connazionali è contrario al balzello, e il 31,1% lo reputo addirittura “odioso, inutile, un abuso e una truffa legalizzata”. Più morbidi i turisti tedeschi: i contrari sono soltanto il 39,4% e i favorevoli raggiungono il 40,7%.

“Odiata o meno che sia – evidenzia Massimo Ferruzzi, responsabile dell’Osservatorio Nazionale sulla tassa di soggiorno – l’imposta verrebbe accettata con molta più tranquillità dagli ospiti e dagli operatori se gli stessi avessero chiarezza circa la destinazione delle risorse”.

Ma è proprio questa chiarezza ad essere assente nei bilanci delle amministrazioni comunali.
 

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Sotto accusa anche l’identificazione dell’esercizio ricettivo come unico punto di prelievo fiscale, una scelta assolutamente iniqua perché fa gravare l’onere dell’imposta su una sola delle molte attività che traggono beneficio – direttamente o indirettamente – dall’economia turistica.
 Questa criticità è stata sottolineata da Federalberghi e Confindustria che in caso di mantenimento della tassa ha proposto “di farla gravare su tutte le imprese del turismo e non solo sugli albergatori”.
Sul piede di guerra anche il 63% dei Tour Operator che hanno preso in carico l’onere del pagamento e ora ne pagano le gravi conseguenze economiche.

Secondo Federalberghi non basta reinvestire in ambito turistico i proventi dell’imposta di soggiorno ma è indispensabile “eliminare completamente la tassa”. In assenza del balzello, le funzioni svolte dagli enti locali in campo turistico dovrebbero essere finanziate mediante compartecipazione degli stessi al gettito IVA di tutte le attività produttive - non solo terziarie - che traggono beneficio dall’economia turistica.

 Negli ultimi giorni, però, il Parlamento sembra andare in un’altra direzione e una proposta di legge in agenda alla Camera sembrerebbe estendere a tutti i comuni la possibilità di istituire la tassa di soggiorno. “In questo caso – argomenta Bocca – i proventi dovrebbero avere una specifica voce di bilancio di ogni singolo Comune ed essere destinati in modo trasparente a capitoli di spesa realmente utili al miglioramento della fruibilità turistica”.

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