L’economista Carlo Alberto Carnevale Maffè: “Tassare gli extra profitti delle società energetiche? Scelta sbagliata e distorsiva”
Tassare gli “extra profitti” delle società energetiche? “Una pessima idea mascherata da buona intenzione”. A dirlo ad Affaritaliani è l’economista Carlo Alberto Carnevale Maffè, che commenta così la richiesta avanzata da cinque ministri dell’Economia UE, tra cui Giancarlo Giorgetti, in reazione all’aumento dei prezzi del carburante per la guerra in Medio Oriente. Una richiesta sottoscritta anche da Germania, Spagna, Portogallo e Austria e che invierebbe un messaggio chiaro e senza fraintendimenti a coloro che traggono profitto dalle conseguenze della guerra. Non la pensa così però Maffè: “Dal punto di vista populista funziona, perché individua un colpevole semplice in un momento di tensione sui prezzi. Dal punto di vista economico, però, è una scelta distorsiva ed errata: un conto è un vero profitto di rendita, un altro è un aumento dei ricavi dovuto all’impennata del costo della materia prima, della logistica o del capitale circolante. Nel settore energetico queste differenze sono decisive, e ignorarle porta a tassare in modo arbitrario”.
Per l’economista gli extraprofitti esistono, ma non possono essere definiti in modo propagandistico: “Se esiste una rendita pura e temporanea, la si può colpire con criteri rigorosi, circoscritti e non retroattivi. Ma oggi il dibattito usa il termine ‘extra profitto’ come una clava morale. È una scorciatoia per evitare di spiegare come funziona davvero la filiera”. La proposta avanzata dai Ministri rischia di confondere elementi distinti come i margini industriali, gli shock internazionali e il prelievo fiscale. Come sottolinea l’esperto, nel settore downstream del petrolio il prezzo finale alla pompa è il risultato di diverse componenti: il costo del greggio o del prodotto raffinato, le attività di raffinazione, la logistica, la distribuzione e, soprattutto, la componente fiscale. In Italia, oltre la metà del prezzo di benzina e gasolio è già costituita da accise e IVA. Di conseguenza, quando i prezzi aumentano, il primo soggetto a beneficiarne automaticamente è lo Stato, non necessariamente le imprese energetiche.
“Nel petrolio downstream, su 100 euro spesi dal consumatore, circa 56-59 vanno al fisco; circa 28-30 al costo internazionale del prodotto; la parte restante si divide tra raffinazione, blending, logistica, deposito, distribuzione all’ingrosso e rete finale. Il gestore dell’impianto, spesso evocato come simbolo del margine, trattiene in realtà pochissimi centesimi al litro. Nel gas la struttura cambia, ma il principio resta: una quota molto rilevante del prezzo finale è materia prima e un’altra quota importante è fiscalità e costi regolati”, sottolinea Maffè. Il pericolo è che le tasse straordinarie aumentino il rischio regolatorio e puniscono ex post chi investe in capacità, stoccaggi, sicurezza degli approvvigionamenti e copertura dei rischi. “Lo Stato si comporta come socio occulto: non condivide le perdite quando il ciclo gira male, ma pretende una quota extra quando gira bene. Così si disincentivano proprio gli investimenti che servono per rendere il mercato più robusto”, spiega l’economista.
Proprio per questo, la risposta di politica economica dovrebbe muoversi in direzione opposta: “Meno tasse simboliche e più concorrenza, più infrastrutture, maggiore capacità di stoccaggio, più trasparenza e meno colli di bottiglia regolatori. Soprattutto, sarebbe più efficace utilizzare l’extra gettito fiscale già incassato quando i prezzi salgono per attenuare il costo su famiglie a basso reddito e imprese, invece di ricorrere a sconti regressivi e arbitrari che finiscono per avvantaggiare i consumatori più benestanti. Il resto rischia di essere demagogia, più che politica economica”, conclude Maffè.

