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Economia

 

Telecom

Di Luca Spoldi
e Andrea Deugeni

Sui bilanci di Generali, Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Telefonica, consocie in Telco, holding che controlla il 22,4% di Telecom Italia), rispettivamente al 30,58% (la compagnia triestina), all'11,62% (le due banche) e al 46,18% (il gruppo telefonico spagnolo), grava l'ennesima maxisvalutazione. Lo starter a ridurre il più possibile il valore di bilancio delle rispettive partecipazioni dovrebbe essere dato da Piazzetta Cuccia, il cui numero uno, Alberto Nagel, che con l'amministratore delegato di Generali, Mario Greco, sembra essere diventato il paladino della nuova "trasparenza contabile" a Piazza Affari e della focalizzazione sui core business, ha già fatto sapere di voler svalutare di 400 milioni "il valore di bilancio degli attivi" portando "tutte le partecipazioni quotate a valore di mercato" fin dal bilancio 2012-2013, che chiude a fine giugno.

Lo scorso febbraio Telco aveva già limato il valore della partecipazione in Telecom Italia di 920 milioni, da 1,5 a 1,2 euro per azione, con un impatto implicito sui conti dei propri azionisti attorno ai 107 milioni ciascuna per Mediobanca e Intesa Sanpaolo, ai 281 milioni per Generali e ai 425 milioni per Telefonica. Dimezzare il valore residuo passando da 1,2 a 0,6 euro per azione (un valore che sarebbe in linea con le quotazioni di mercato visto che il titolo oscilla in questi giorni attorno ai 55 centesimi per azione mentre la media degli ultimi 6 mesi è attorno a 65 centesimi) dovrebbe grossomodo costare circa il doppio, ossia 1,8 miliardi di euro complessivi o poco più.

Di questi a Piazzetta Cuccia toccherebbero circa 200-220 milioni (dunque la metà dei 400 milioni messi in preventivo da Nagel), altrettanto a Intesa Sanpaolo, mentre Mario Greco dovrebbe tirare una riga su 550-560 milioni di euro e Telefonica vedrebbe svanire con un tratto di penna 850 milioni di euro dal proprio bilancio. Ma mentre è verosimile che Trieste segua in tempi rapidi l'esempio di Piazzetta Cuccia e che la stessa Intesa Sanpaolo possa procedere ad una rettifica entro l'anno, posto che questo non vada ad impattare eccessivamente sul pay-out (quest'anno la banca ha distribuito 5 centesimi per azione ordinaria e a 6,1 centesimi per le azioni di risparmio a valere sui risultati 2012, pari ad un monte dividendi di quasi 832 milioni), è possibile che gli spagnoli decidano di spalmare su un periodo di tempo più lungo le minusvalenze, essendo il loro un investimento preminentemente industriale e non finanziario.

In più, sullo sfondo c'è sempre l'incognita di un nuovo downgrade sul titolo Telecom (è già stato messo in credit watch negativo, l'anticamera della riduzione del merito di credito) da parte dell'agenzia Standard&Poor's che, come successo in passato, deprimerebbe ulterirmente il titolo già al minimo storico, imponendo un write-off anche agli unici soci industriali dell'avventura nella telefonia tricolore.

In compenso, una volta adeguato il valore contabile a quello di mercato, ed incrociando le dita perché passata un'estate che si preannuncia turbolenta le borse possano tornare ad apprezzarsi e le quotazioni dell'ex monopolista telefonico italiano recuperare terreno riportandosi almeno sulla media degli ultimi sei mesi, e una volta uscite dai patti di sindacato Mediobanca e Generali (ed eventualmente anche Intesa Sanpaolo) sarebbero libere di fare cassa cedendo i titoli sul mercato o più a eventuali "cavalieri bianchi" ma del settore (è l'intenzione del management di Piazzetta Cuccia). In ogni caso il "way out" avverrebbe al termine di un autentico bagno di sangue, visto che a fine 2007 Telco, subentrata all'Olimpia di Marco Tronchetti Provera, pagò i titoli Telecom Italia 2,75 euro l'uno. Un prezzo da "amatori" che difficilmente potrà rivedersi nei prossimi anni, visto quanto profondamente nel frattempo è cambiato lo scenario macroeconomico e di settore (e i margini).
 

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