Giornata vissuta letteralmente sull’otto volante dal titolo Telecom Italia a Piazza Affari: dopo un’apertura, in calo, a 57 centesimi il titolo è dapprima sceso ad un minimo di 55,75 centesimi per azione, poi è risalito oscillando per buona parte della giornata tra i 58 e i 59 centesimi, sino a quando le agenzie di stampa non hanno iniziato a battere le dichiarazioni del presidente della commissione Industria del Senato, Massimo Mucchetti, secondo cui si sta verificando la possibilità di un “atto di indirizzo del Senato sui provvedimenti da prendere a tutela del patrimonio produttivo nazionale e degli investitori delle società quotate, che oggi sono tagliati fuori dai benefici del passaggio del controllo a causa della debolezza dell’attuale normativa dell’Opa”.
Da quel momento il titolo è esploso toccando un massimo di 60,95 centesimi per azione prima di chiudere a 59,55 centesimi con volumi superiori ai 400 milioni di pezzi (contro una media giornaliera che nell’ultimo mese era calata sui 116 milioni di azioni), anche perché oltre all’iniziativa del Senato il Governo, come confermato (sempre a mercati aperti) dal sottosegretario all’Economia, Alberto Giorgetti, potrebbe introdurre la possibilità che le società quotate definiscano per via statutaria una soglia inferiore al 30% di capitale il cui superamento fa attualmente scattare l’obbligo di lanciare un’Opa residuale.
Un’ipotesi che estenderebbe a tutti gli azionisti e non solo ai soci di controllo i benefici di eventuali accordi come quello appena siglato tra Telefonica e i consoci italiani di Telco, società che controlla Telecom Italia detenendo il 22,4% del capitale della medesima e dove gli spagnoli hanno accettato di rilevare, in più tranche, i titoli in mano agli italiani valutandoli attorno a 1,1 euro l’uno, il doppio circa delle quotazioni di borsa (ma meno della metà di quanto il titolo valeva nel 2007, quando venne siglato il patto parasociale tra i soci di Telco). Scartata invece l’ipotesi alternativa di sostituire il 30% attuale con una soglia “di fatto”, basata sull’effettivo controllo e non sul capitale, dato che in quel caso ogni decisione in merito da parte delle autorità di vigilanza rischierebbe di essere impugnata, creando una situazione di incertezza di diritto che non gioverebbe al regolare andamento dei titoli sui mercati finanziari.
Ma accanto alla possibilità, teorica nel caso di Telecom Italia dato che a decidere la modifica statutaria dovrebbe essere un’assemblea straordinaria degli azionisti (il cui controllo resta al momento in mano a Telco) di consentire l’introduzione di “pillole avvelenate” per difendersi da operazioni ritenute “ostili”, il governo sembra voler accelerare anche su un altro fronte, quello della ridefinizione delle norme sulla golden share. Nella bozza di Dpr che dovrebbe essere portata domani in Consiglio dei ministri, infatti, si parla della possibilità che le reti e gli impianti utilizzati per la fornitura dell’accesso agli utenti finali nei servizi rientranti negli obblighi del servizio universale delle telecomunicazioni siano comprese nell’elenco delle attività strategiche sottoposte alla golden share.
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Una questione che sembra stare a cuore, tra gli altri, al ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, da tempo schierato per la tutela e separazione della rete di accesso dell’ex monopolista telefonico italiano (da conferire a una Newco nel cui capitale potrebbe intervenire Cassa depositi e presiti), anche perché teme che Telefonica non sia “un soggetto in grado di finanziare grandi investimenti”, in particolare per quanto riguarda la rete a banda larga di cui l’Italia ha bisogno. Sennonché il “free cashflow” operativo (ossia la differenza tra la liquidità generata dalla gestione operativa e le spese per investimenti) di Telefonica è stato pari a 5,52 miliardi di euro nel primo semestre dell’anno, contro i 1,28 miliardi registrati da Telecom Italia, anche se il gruppo spagnolo ha spesato investimenti industriali per 3,9 miliardi di euro e il gruppo italiano per 2,19 miliardi: difficile dunque sostenere che gli spagnoli non siano in grado (se volessero) di sostenere investimenti adeguati al mercato italiano o che lo siano meno della stessa Telecom Italia.
Ma i numeri non sembrano interessare al mondo politico italiano, che giudica necessario mantenere il controllo delle reti nei settori trasporti, energia e telecomunicazioni, come ha spigato il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, invocando una legge “seria” sulla golden share e promettendo che “il governo non rimarrà fermo su questo” campo. Sullo sfondo il presidente di Telecom Italia, Franco Bernabè, accusato da alcuni di non aver saputo imprimere nel corso del suo settennato ai vertici del gruppo quella svolta che in molti si attendevano, si prepara a dare battaglia, preannunciando per il Cda del prossimo 3 ottobre uno “show down” coi rappresentanti dei soci di controllo di Telco sul piano industriale e sulla necessità di un corposo aumento di capitale (secondo gli analisti dovrebbe trattarsi di una cifra tra i 3 e i 5 miliardi), unica alternativa a una difficile cessione “a premio” rispetto agli attuali valori di mercato di asset altrettanto strategici come le controllate sudamericane. La battaglia è dunque iniziata e per i trader si prospettano giornate a dir poco interessanti.
Luca Spoldi
