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Economia

Seduta in lettera per Telecom Italia, che al termine di una settimana che ha visto il titolo costantemente sotto la luce dei riflettori e le quotazioni guadagnare il 9,5% cede stamane oltre due punti percentuali, riportandosi poco sopra la soglia psicologica dei 60 centesimi di euro per azione. In una seduta che vede la prudenza prevalere in attesa del prossimo Fomc della Federal Reserve che già dalla prossima settimana potrebbe decidere di ridurre gli acquisti di bond sul mercato (finora proseguiti al ritmo di 85 miliardi di dollari al mese), sul titolo sembrano scattate le più classiche “prese di beneficio” in vista del fine settimana.

Del resto nonostante il rincorrersi delle voci più disparate, da un interesse di America Movil a quello di Vodafone, da una possibile offerta di Naguib Sawiris al riacquisto delle quote di Telco in mano ai soci italiani (Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca) da parte di Telefonica che a quel punto potrebbe essere tentata da una fusione, nessuna conferma è ancora giunta. A monte, infatti, resta irrisolto, soprattutto per gli spagnoli, il problema di cosa fare delle controllate latino americane dell’ex monopolista telefonico italiano.

Di fatto Tim Brasil (e Telecom Argentina) non possono passare sotto il controllo diretto di gruppi come Telefonica o America Movil che già oggi sono leader o co-leader di mercato in America Latina, eppure proprio Tim Brasil è considerato il “pezzo pregiato” del gruppo guidato da Marco Patuano e Franco Bernabè, in quanto è l’unica società che continua a registrare fatturato e utili in crescita, compensando la debolezza (per gli analisti di Ubs strutturale) del business in Europa e in particolare in Italia.

Nel Belpaese, poi, l’empasse politico rende difficile valutare i tempi e i modi della ventilata cessione di una partecipazione della Newco cui verrà conferita la rete fissa (e circa metà dei dipendenti del gruppo, ossia 21 mila persone secondo quanto dichiarato ancora a giugno da Patuano) a Cassa depositi e prestiti, ipotesi che sta a cuore ai sindacati ma che sembrerebbe non piacere ad alcuni investitori tra cui i fondi sovrani (si sono fatti i nomi di quello del Qatar e di quello di Singapore).

A sua volta ogni “stallo” in merito al destino della rete fissa italiana (e all’eventuale fusione con Telefonica) si ripercuote inevitabilmente sull’eventuale ripresa dei negoziati con Hutchinson Whampoa per valutare una possibile fusione con 3 Italia, da due mesi “congelata”. Qualcosa di più si dovrebbe iniziare a capire da giovedì prossimo (il 19 settembre), quando si riunirà il Cda di Telecom Italia e Franco Bernabè presenterà il nuovo piano industriale nonché, secondo le ultime voci circolate, l’ipotesi di un nuovo socio.

Qualche giorno più tardi potrebbe essere la volta di Telco a far chiarezza, visto che per la disdetta anticipata del patto gli azionisti devono procedere ad una formale comunicazione entro il 28 di settembre. Dell’evoluzioni dell’azionariato di Telco (che controlla il 22,4% dell’ex monopolista telefonico italiano) e dell’eventuale fusione con Telefonica potrebbe parlare anche il Cda di Telecom Italia, ma secondo fonti di stampa è probabile che su questo tema ci si aggiorni agli inizi di ottobre (il 3 ottobre sarebbe la prima data in calendario utile).

Oltre ai problemi di Antitrust nel caso di un’offerta Telefonica sarà decisivo il fatto prezzo: col titolo che in borsa non sembra intenzionato a scendere sotto la soglia dei 60 centesimi di euro per azione, le opzioni call (che danno diritto ad acquistare titoli) più scambiate sono quelle che prevedono un prezzo “strike” (a cui il contratto può essere eseguito) di 64 centesimi per consegna a settembre e ad ottobre, di 70 centesimi per consegna a novembre e di 68 centesimi per consegna dicembre.

Se le indicazioni del mercato si riveleranno corrette si può fin d’ora ipotizzare che Telefonica offra a Mediobanca, Generali ed eventualmente Intesa Sanpaolo un prezzo tra i 65 e i 70 centesimi, certo molto distante dai valori a cui furono sottoscritti nel 2007 i titoli (2,2 euro contro i 2,6 euro pagati dagli spagnoli) ma tali da far incassare attorno ai 465-490 milioni a Trieste e ai 172-185 milioni a Mediobanca e Intesa Sanpaolo, per un esborso complessivo di non più di 860 milioni di euro per Telefonica.

In attesa di capire se sarà il prezzo giusto e soprattutto se basterà per tranquillizzare le agenzie di rating che da tempo hanno emesso un “outlook” negativo sul rating di Telefonica e potrebbero non gradire un’integrazione tra il gruppo spagnolo e Telecom Italia a causa dell’indebitamento (74 miliardi di indebitamento netto a fronte di ricavi inferiori ai 95 miliardi in caso di integrazione totale tra i due gruppi), o sarà necessario varare un aumento di capitale (per Telecom Italia e a cascata per Telco), gli investitori sembrano volersi mettere alla finestra.

Luca Spoldi
 

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