Tesla sbarca nell’indice S&P500 di Wall Street
Primo giorno di negoziazioni sul listino principale per Tesla a New York. Chi si aspettava un debutto con il botto è rimasto deluso, con le azioni in calo di oltre il 5%. Ma intanto, una azienda automotive che ha venduto nel 2019 366mila veicoli, oggi ha una capitalizzazione di mercato di oltre 624 miliardi di dollari. Per intenderci: se in un’incredibile congiuntura di mercato Volkswagen, General Motors, Ford, Renault, Toyota, Fca, Psa, Bmw e Daimler Mercedes decidessero di fondersi creando un gigantesco gruppo da oltre 52 milioni di auto vendute, la capitalizzazione di questo mostro monopolista sarebbe inferiore di 250 miliardi a quello odierno di Tesla.
Molti analisti hanno provato a interrogarsi sui motivi che spingono l’azienda fondata da Elon Musk a valere in modo così fuori da qualsiasi logica di scenario. Perché nel 2020 l’automotive ha subito un tracollo che non si era mai visto. Perché il futuro – pare ormai certo – sarà appannaggio di pochi player, con un meccanismo di fusioni progressive e inarrestabili che era stato già vaticinato da Marchionne, che pure non ha fatto in tempo a vedere il Covid.
Tesla piace perchè è un progetto innovativo
Dunque Tesla, in prima battuta, piace perché è un progetto innovativo. Piace perché ci si sente proiettati in un futuro prossimo in cui le macchine si guidano da sole e in cui non sarà un problema vederle decollare. Ma piace soprattutto perché incarna la seconda ondata della trasformazione digitale che ha visto, nella sua prima versione, primeggiare giganti come Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft, ovvero le prime cinque aziende per capitalizzazione a livello mondiale, alcune delle quali divenute nel frattempo “one trillion company”. Se dopo la crisi dei mutui subprime si coniò il termine di “too big to fail”, ovvero aziende che – se collassate – avrebbero messo in crisi l’intero sistema economico, oggi ci troviamo di fronte a giganti che hanno capitalizzazioni superiori a quelli di stati sovrani. Il pil italiano è inferiore al market cap di Amazon. Siamo in una dimensione senza ritorno che, invece che proiettarci nel futuro, ci riporta al passato, ai tempi in cui il sovrano del Mali, Mansa Musa, era in grado di creare crisi monetaria per il semplice fatto di aver ecceduto – durante un viaggio in Egitto – in regalie, deprezzando l’oro.
Tesla e le “quattro nubi dense e nere”
Non c’è nulla di affascinante e di avveniristico nel fatto che un’azienda che è nata per mettere in contatto gli amici del college oggi valga 10 volte il primo produttore di auto al mondo. E qui si torna a Tesla, che sta correndo sul filo di una valutazione insensata mentre si addensano fosche nubi all’orizzonte. Noi ne vediamo almeno quattro, grigie e cariche d’acqua. La prima: le infrastrutture di ricarica. Se si dice che in Europa, soprattutto quella meridionale, non ci sono colonnine di ricarica, si dice un’ovvietà. Eppure è così. I grandi player procedono a rilento, anche perché (seconda nube nera) l’economicità della vettura totalmente elettrica è ancora tutta da dimostrare fuori dalle grandi città. Un paio d’anni fa alcune università avevano studiato un ritorno dell’investimento in circa 7 anni. Un tempo lungo per un’automobile.
Terza nube densa: è vero, come sembra, che il problema della durata delle batterie verrà progressivamente risolto da una tecnologia su cui si è buttata a pesce Volkswagen ma che non è quella scelta da Tesla? Al momento è un po’ presto per dirlo, la transizione verso l’elettrico deve progredire da qui al 2030 in maniera costante e progressiva. Ma intanto la situazione è lenta, tanto più che perfino il gran capo di Toyota – come fece a suo tempo Marchionne – ha bollato le e-car come una sorta di bufala.
Quarta nube, la più densa di tutte: che cosa fare con le batterie esauste? Come smaltirle? Come gestirle? Che cosa farne? Se dovessero essere disperse nell’ambiente causerebbero un danno che a confronto quelli fatti dai carburanti sarebbero acqua fresca. Nessuno ne parla ancora, ma il tema dello stoccaggio dei propulsori esausti sarà il campo di battaglia delle prossime sfide dell’automotive.
Tesla e la sostenibilità “a ogni costo”
Proprio la sostenibilità a ogni costo, d’altronde, potrebbe essere il motore più forte della scalata al potere (per ora virtuale) di Tesla. Musk è oggi uno degli uomini più ricchi del mondo senza avere alle spalle un colosso dell’ecommerce (Bezos), un gigante del lusso (Arnauld), un software che è entrato nel 70% delle case (Gates) o investimenti profittevoli da oltre mezzo secolo (Buffett). Nella finanza, ad esempio, gli Esg, gli investimenti sostenibili che hanno un occhio di riguardo all’ambiente sono diventati un must. Da Blackrock in giù, tutti i fondi d’investimento non possono più farne a meno. Il che è un bene per il pianeta finché si fanno veramente strategie nuove che guardano al globo in modo più rispettoso. Ma quando si tramutano in “green washing”, cioè nel desiderio di lavarsi la coscienza artatamente, ecco che qualcosa non torna. E Tesla ha potuto rimanere in piedi anche perché ha venduto i famosi certificati ad aziende inquinanti dell’automotive. I green certificates sono stati la polizza anti-infortuno di Elon Musk.
Il quale, per assurdo, avrebbe tra le mani un progetto decisamente più futuribile come quello di Space X, che – dopo essere stato l’iniziale parco giochi del manager sudafricano – è oggi in grado di effettuare lanci commerciali nello spazio aiutando Nasa o Esa a prezzi più competitivi. Eppure, Musk è ricco per Tesla soprattutto, e per la sua faccia furba che strizza l’occhio a un futuro in cui tutti potrebbero permettersi macchine molto care. Ma con la crisi economica che ci attende, chi potrà spendere 50mila dollari per vetture futuristiche? I soliti noti, appunto.
Tesla vs le prossime tendenze di mercato
Nel frattempo, guardiamo alle prossime tendenze. Airbnb, un business sostanzialmente fermo perché ferma è la possibilità di viaggiare, si quota in borsa e viene valutata oltre 90 miliardi di dollari, con un fatturato di 4,7 e un modello di business che andrà per forza di cose rivisto nel futuro, quando – anche a pandemia dimenticata – non sarà così semplice ospitare sconosciuti in casa senza adeguati controlli. Ad aprile, per dire, l’azienda aveva raccolto due miliardi e valeva “appena” 18 miliardi. Doordash, attiva nel settore della consegna del cibo a domicilio, vale il 60% in più della quotazione iniziale. La stessa Uber oggi vale oltre 93 miliardi e, dopo un crollo del valore a marzo causa Covid, oggi ha azioni ai massimi storici.
C’è una pericolosissima euforia sui mercati che hanno spostato le attenzioni dai titoli “tradizionali”, ingolfati dalla pandemia, verso quelli tecnologici. E se per Facebook o Apple, Google o Amazon non si tratta di una grande novità, vedere aziende dal business incerto decollare rispetto ai giganti della old economy fa un po’ impressione. Soprattutto perché la borsa insegna che le rapide salite, a parte rarissime eccezioni, sono destinate a convertirsi in altrettante rapidissime discese. Occhio perché è lì che ci si fa male davvero.

