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Economia
Il Tfr? Arriva dopo anni. Ecco perché non è più un diritto

Di Piero Righetti

A tutti i lavoratori dipendenti, pubblici e privati, spetta al momento della cessazione del rapporto di lavoro (qualsiasi sia il motivo della cessazione) una particolare indennità, proporzionata alla durata dell'attività svolta e alla retribuzione nel tempo ricevuta.
Questa particolare indennità si chiamava, fino all'entrata in vigore della legge n. 297 del 29 maggio 1982, indennità di anzianità, originariamente spettante solo ai lavoratori assunti a tempo indeterminato, con esclusione di quelli che si dimettevano.

Dopo l'entrata in vigore della legge n. 297 del 1982 l'espressione "indennità di anzianità" è stata abolita (in Italia purtroppo è una costante la mania di cambiare continuamente il nome alle cose lasciando molto spesso inalterato tutto il resto).
Il nome attuale dell'indennità di cui stiamo parlando è quello di trattamento di fine rapporto (T.F.R.) per i lavoratori privati e di trattamento di fine servizio (T.F.S.) per quelli pubblici.

Per merito soprattutto della giurisprudenza e dopo lunghe discussioni sulla reale natura di questa indennità, ormai sono tutti d'accordo nel riconoscere che T.F.R. e T.F.S. hanno natura retributiva, fanno cioè parte della retribuzione mensilmente maturata dagli interessati e costituiscono in buona sostanza un vero e proprio risparmio accantonato in applicazione delle leggi via via in vigore e riscuotibile al momento della cessazione dell'attività lavorativa.

Dunque T.F.R. e T.F.S. fanno parte della retribuzione e appartengono al patrimonio del lavoratore ma possono essere riscossi solo quando si finisce di lavorare. Gli unici casi in cui è possibile chiedere un pagamento anticipato e comunque parziale sono quelli dell'acquisto di una casa o dell'insorgere di una grave malattia.

Per anni tutto quello fin qui detto ha rappresentato un punto fermo ed indiscusso del nostro diritto del lavoro.
Le sempre più frequenti crisi delle nostre imprese e l'aumento vertiginoso del deficit del bilancio dello Stato, tuttavia, hanno via via minato e ridotto questo diritto e dilatato sempre di più l'arco di tempo che intercorre tra la data di cessazione del rapporto di lavoro e la data in cui si può concretamente riscuotere questa indennità che comunque tutti continuano a definire una vera e propria retribuzione.
Recentemente questo arco di tempo si è dilatato in modo impressionante in particolare per i dipendenti pubblici.

Dopo una serie di disposizioni che hanno stabilito tempi di attesa da 6 a 12 mesi, è intervenuta da ultimo la legge n. 147 del 27 dicembre 2013 che ha introdotto una serie di nuove disposizioni in virtù delle quali l'attesa per il pagamento può arrivare addirittura a 4 o 5 anni.
Come è noto ormai è l'Inps che - dopo l'incorporamento di Inpdap, Inadel e Enpals - deve emanare le disposizioni che regolamentano il pagamento del T.F.S., ma il "quadro  normativo vigente - come afferma lo stesso Inps - è ormai caratterizzato dalla coesistenza di una pluralità di regimi di termini e di importi che variano" a seconda della data di cessazione del rapporto di lavoro e di quella di maturazione dell'eventuale diritto alla pensione al punto che è sembrato indispensabile riunire tutte queste disposizioni in un'apposita circolare, la n. 73 del 5 giugno u.s..
La lettura di questa circolare lascia veramente perplessi: il diritto al T.F.S. appare sempre più diluito nel tempo e nelle certezze applicative soprattutto per quelli che maturano il diritto alla pensione dal 1° gennaio 2014 in poi.
Le situazioni sono ora le più varie e diverse, ma possono così sintetizzarsi.

A) Numero di rate
- se l'importo complessivo non supera i 50.000 euro in un'unica soluzione;
- se l'importo è tra 50.000 e 100.000 euro in due rate, con l'intervallo di un anno tra la prima e la seconda;
- se l'importo supera 100.000 euro, ci sarà un'attesa di un altro anno tra la seconda e la terza rata.

B) Data di pagamento
Il T.F.S. non può essere pagato immediatamente in nessun caso; è previsto infatti un tempo di attesa obbligatorio che è:
- di 105 giorni se il rapporto di lavoro è cessato per la morte o l'inabilità dell'interessato;
- di 24/27 mesi se l'interessato si è dimesso;
- di 12/15 mesi in tutti gli altri casi.

Dunque un quadro tutt'altro che rassicurante per tutti gli interessati. E la cosa che più stride è che, nonostante tutto, si continua a parlare di retribuzione differita e di diritto soggettivo a percepire questa indennità.

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