
Giornata tranquilla a Wall Street, mentre gli investitori soppesano da un lato la possibilità che il rialzo dello yen metta in crisi la ripresa giapponese costringendo la BoJ a varare incentivi ancora più robusti di quanto finora annunciato (dunque iniziando ad acquistare a piene mani titoli sul mercato) e dall’altro il fatto che i dati macro Usa migliori più del previsto, come le vendite al dettaglio a maggio (risalite dello 0,6% dopo il +0,1%, di aprile e contro attese pari mediamente a +0,4%) e le richieste di sussidi di disoccupazione (“jobless claims”) su base settimanale (calati di 12 mila unità a 334 mila richieste, contro le 346 mila mediamente attese) possano testimoniare un’accelerazione della ripresa negli States tale da indurre la Federal Reserve a rallentare gli acquisti di bond sul mercato.
Più spesso però i dati macro (o le singole trimestrali di importanti aziende quotate) sono in grado di provocare un sensibile scostamento degli indici, per questo la legislazione vigente nei maggiori mercati azionari è particolarmente rigida riguardo alla modalità di diffusione e all’utilizzo delle informazioni da parte degli investitori. Il fine è quello di evitare ogni possibile forma di “insider trading” (ossia l’utilizzo a proprio esclusivo vantaggio di informazioni non ancora note al mercato). Ma nell’epoca della “speculazione” istantanea o quasi, fatta di sofisticati algoritmi in grado di emettere migliaia di ordini al secondo, non sempre è facile far rispettare lo spirito, più ancora che la lettera, della norma.
Così fa scalpore il caso, segnalato dal Wall Street Journal, di Infinium Capital Management, società d’investimento di Chicago specializzata nel trading super veloce automatizzato, che avrebbe saputo con un anticipo di 2 secondi il dato relativo all’indice di fiducia dei consumatori elaborato dall’Università del Michigan e Thomson Reuters lo scorso 15 marzo. Si dirà: e allora, in 2 secondi che può succedere? Non c’è neppure il tempo per aprire una mail e leggere l’abstract del rapporto. Tutto vero, se parliamo di operatori umani, ma, appunto, Infinium Capital Management effettua quelli che in gergo sono noti come “news feed trade”, ossia operazioni di arbitraggio sul flusso di notizie. Un tipo di operazioni, tra l’altro, che i moderni sistemi di social network come Twitter o simili rendono ancora più difficili da tracciare sin dall’origine.
Nel caso in questione utilizzando una formula basata sull’utilizzo di cosidette “machine readeble news” (ossia informazioni che possono essere lette in automatico da un programma, senza l’intervento di un broker o gestore umano), sapere ben 2 secondi prima il dato consente a chi come Infinium Capital Management fa uso di tali tecniche di prendere posizione prima di tutti gli altri operatori. Quel giorno, non a caso, in quell’arco di tempo si scaricarono sul mercato ordini di vendita per circa 7 milioni di azioni in volume. L’episodio non è stato certamente il primo e difficilmente sarà l’ultimo, visto che il mercato delle notizie “leggibili in automatico” è una piccola ma redditizia nicchia per i fornitori di notizie finanziaria (lo scorso anno si calcola che solo questo flusso di notizie abbia generato ricavi per 75 milioni di dollari, il 50% in più di quanto registrato nel 2011).
Inseguire la “speculazione” può dunque rivelarsi una chimera e forse sarebbe il caso che anche i legislatori europei (e quello italiano in particolare) ne tenessero conto, se e quando rivedranno la propria posizione sulla infelice scelta di introdurre una “Tobin Tax” sulle transazioni di borsa che, nata teoricamente per colpire la “speculazione”, di fatto ha semplicemente fatto crollare i volumi degli scambi e per di più non si applica, strano ma vero, alle operazioni aperte e chiuse in giornata, né a quelle che riguardano azioni a piccola capitalizzazione, ma solo alle transazioni su azioni di società italiane di capitalizzazione superiore a 500 milioni di euro (al 30 novembre 2012). Col che la “speculazione” ringrazia e a pagare saranno solo i piccoli risparmiatori “fai da te”. Se si voleva incentivare l’industria del risparmio gestito c’erano forse modi più trasparenti e meno discorsivi del mercato per farlo.
Luca Spoldi
