Carlo Calenda, attuale ministro per lo Sviluppo economico, uno dei nomi finiti nel ventaglio di “Papi stranieri” che Silvio Berlusconi vorrebbe per rilanciare il Centrodestra, non è più così categorico nel rimarcare la sua distanza dalla politica classica. E, soprattutto, nel ricordare come fatto più volte nel recente passato, che terminata la legislatura tornerà in azienda. Considerando conclusa la sua stagione politica.

E guarda caso, fanno notare gli esperti esegeti della politica italiana, lo ha fatto sapere attraverso un’intervista al Corriere della Sera concessa a Daniele Manca, vicedirettore del quotidiano di via Solferino. L’unica penna del blasonato giornale della Galassia Rcs con cui la famiglia Berlusconi dialoga amorevolmente e a cui affida le proprie riflessioni quando deve comunicare istituzionalmente in maniera diffusa al mondo esterno. Marina Berlusconi parla solo con Manca.
“Draghi è l’uomo che ha salvato l’Europa e Marchionne la Fiat. Io faccio da un anno il ministro dello Sviluppo economico. Non credo di giocare nella stessa categoria. Devo pedalare ancora parecchio per arrivarci“, ha risposto infatti Calenda al fatto di essere uno dei volti nuovi, assieme a quello del presidente della Bce e all’amministratore delegato di Fca, ad essere presente nei desiderata dell’ex Cavaliere in vista delle urne nel 2018.
Calenda non si è tirato indietro nemmeno nel dire la sua su quello che sarà uno dei temi principali della prossima campagna elettorale, issue politica che Renzi, nel suo libro appena presentato, ha subito messo al centro del dibattito. L’ex premier ha lanciato la sfida all’Ue chiedendo “un ritorno per 5 anni ai parametri di Maastricht, con deficit al 2,9% (accantonando quindi il Fiscal Compact, ndr)”.
“Così avremo a disposizione almeno 30 miliardi per i prossimi 5 anni per ridurre la pressione fiscale e rimodellare le strategie di crescita”, ha spiegato poi il segretario del Pd. “Immagino che la proposta di Renzi riguardi la prossima legislatura. E comunque se domani o fra un anno prendessimo la strada dei tagli fiscali a pioggia o delle mance elettorali, o ancora, se mentre proponiamo di aumentare il deficit rallentiamo le riforme, penso alla concorrenza, o le privatizzazioni, leggi Poste, beh allora meglio tenersi al sicuro nei parametri europei”, è stata la stoccata di Calenda a Renzi, con chiaro riferimento al vecchio bonus Renzi che è costato 10 miliardi l’anno alle casse dello Stato e che ha prodotto nulla o quasi in termini di Pil. Una stoccata da candidato premier a quella di un altro candidato premier di un altro schieramento.

Ha ragione l’ex manager della Ferrari il rischio c’è. E il ministro tecnico prestato alla politica ha anche rilanciato, spegando che “le risorse liberate (dall’innalzamento del deficit, ndr) devono esser concentrate sugli investimenti, la produttività e interventi organici sulle situazioni di reale emergenza sociale“.
“La strada per la prosperità in Italia – ha spiegato ancora – passa dall’aggancio definitivo alla domanda internazionale. Oggi l’export va benissimo ma sono ancora poche le aziende che esportano. Dobbiamo passare da un rapporto tra esportazioni e Pil vicino al 30% al 50, come fatto dalla Germania grazie alle riforme iniziate da Schröder. Vorrebbe dire in sostanza importare in Italia i tassi di crescita del mondo mettendoci su un percorso stabile di sviluppo“.
D’accordo, il ragionamento dal punto di vista macro, di produzione di Pil aggiuntivo, non fa una piega. Ma siamo sicuri che interventi di questo tipo producano più occupazione massiccia, tale da creare una base stabile di consumi interni, vera forza strutturale di un’economia che funziona?
Il problema è sempre lo stesso, come fu nel 2014 quando il governo Renzi doveva decidere dove indirizzare i 10 miliardi di risorse che poi finirono al bonus di 80 euro, monte risorse ma che potevano essere destinati in massa anche al taglio dell’Irap. Opzione ovviamente caldeggiata da Confindustria, mondo in cui Calenda si trova decisamente a suo agio.
Destinando più soldi alle aziende, siamo sicuri che poi queste tramuteranno il fiscal easing anche in nuove assunzioni? L’aumentare la produttività con investimenti tecnologici, come si prefigge il tanto caro (a Calenda) piano Industria 4.0, ha effetti benefici sulla quantità di output a parità di risorse. Ma non è detto che lo abbia sul monte occupati.
Qui le risorse umane devono aumentare. Calenda, il cui ritorno in azienda non è più così scontato, dovrebbe pensarci se da semplice ministro per lo Sviluppo economico andrà a rivestire i panni di primo ministro in quota Centrodestra.
