UniCredit-Russia, via libera da Putin: e ora che cosa succede? Parla Tognoli (CFO Sim)
Mentre Vladimir Putin e le autorità di Mosca firmano il decreto per la riorganizzazione di AO UniCredit Bank, l’istituto guidato da Andrea Orcel e la Russia arrivano a uno snodo decisivo, con interessi contrapposti ma la necessità comune di gestire un’uscita ormai avviata. Da una parte UniCredit punta a disinnescare un’esposizione diventata sempre più complessa, dall’altra il Cremlino mantiene attiva un’infrastruttura finanziaria strategica cedendo la componente commerciale a un investitore degli Emirati Arabi Uniti.
Ma dietro l’autorizzazione di Mosca si gioca una partita molto più complessa: quella del definitivo de-risking bancario e dei rapporti con la Vigilanza europea. Il via libera di Putin basta per considerare chiusa la partita o l’uscita reale resta un percorso pieno di ostacoli tecnici e normativi? Quanto inciderà l’impatto contabile sui bilanci e sugli azionisti? E soprattutto, la mossa sarà sufficiente per soddisfare le richieste della Bce o la banca dovrà gestire ancora rischi reputazionali e di compliance?
A fare il punto è l’economista e responsabile macro analisi di CFO Sim Antonio Tognoli, che ad Affaritaliani analizza i dettagli dell’operazione, i costi dell’addio e i rischi residui per gli investitori: “Il decreto sblocca la strada ma l’uscita vera e propria arriverà solo con il closing del 2027. UniCredit cede la parte commerciale, tiene i pagamenti e paga un prezzo contabile elevato per ridurre in modo strutturale il rischio”.
Perché Mosca dà il via libera proprio adesso? Quale vantaggio ne ricava?
Il decreto presidenziale autorizza la riorganizzazione di AO UniCredit Bank, attraverso lo scorporo di una nuova società, e le operazioni sul 100% delle azioni, rimuovendo l’obbligo di ulteriori autorizzazioni russe previste dalle norme sugli investitori di Paesi “ostili”. Mosca non ha spiegato i tempi. In generale, autorizzazioni di questo tipo permettono di trasferire una banca ancora considerata sistemicamente importante — UniCredit e Raiffeisen sono le uniche occidentali nella lista — a un acquirente non occidentale, in questo caso un investitore privato degli Emirati Arabi Uniti. Si evitano così nazionalizzazioni o confische più brutali e si mantiene, in qualche forma, un’infrastruttura bancaria funzionante. UniCredit aveva già ridotto drasticamente le proprie attività. Lasciare uscire la parte commerciale verso un soggetto “amico” può quindi risultare preferibile a un’uscita disordinata o a un’immobilizzazione prolungata.
Il via libera di Putin è una svolta o solo il primo passo di un’uscita ancora complicata?
È un passo decisivo, ma non la chiusura dell’operazione. A maggio 2026 UniCredit aveva firmato un term-sheet non vincolante con un investitore privato “ben consolidato” degli Emirati. Il closing è previsto nel primo semestre del 2027 e resta subordinato alla firma di un accordo vincolante definitivo, all’effettiva separazione degli asset e all’ottenimento delle altre autorizzazioni regolamentari, oltre a quella russa già ottenuta. Rimangono quindi rischi di ritardi, rinegoziazioni delle condizioni o ostacoli tecnici e operativi.
Che cosa cede davvero UniCredit e che cosa resta in Russia? Quanto rischio rimane?
La struttura prevista si divide in due componenti. La New Bank, ottenuta attraverso lo scorporo, resta al 100% di UniCredit e si concentrerà principalmente sui pagamenti internazionali in euro e dollari per la clientela corporate occidentale e russa non sanzionata. La Remaining Bank, ovvero la AO UniCredit Bank residua, verrà invece venduta al 100% all’acquirente emiratino e comprenderà le attività bancarie residuali, cioè ciò che resta di prestiti, depositi e operazioni commerciali dopo anni di de-risking. UniCredit aveva già ridotto enormemente l’esposizione: i prestiti locali sono passati da miliardi a poche centinaia di milioni, è uscita dal retail, ha chiuso filiali e fermato l’acquisizione di nuovi clienti corporate. Dopo il closing, il rischio residuo sarà legato soprattutto alla New Bank, quindi ai pagamenti cross-border per clienti non sanzionati, e ad eventuali aspetti legali e operativi residui. Il rischio di perdita estrema stimato dalla banca scende sensibilmente, passando da circa 93 a 30-40 punti base di CET1, al netto delle soglie regolamentari.
Questa mossa può chiudere il confronto con la Bce o servirà altro?
Riduce in modo sostanziale l’oggetto del contendere. La BCE ha chiesto per anni una forte riduzione delle attività russe, attraverso divieti su nuovi prestiti e depositi e limitazioni ai pagamenti. UniCredit aveva contestato in tribunale alcune di queste richieste, ma ha poi ritirato il ricorso dopo aver accelerato il de-risking. Una presenza ridotta essenzialmente ai pagamenti internazionali per clienti non sanzionati dovrebbe allinearsi meglio alle richieste del supervisore. Non è però automatico che questo chiuda ogni possibile frizione. La BCce continuerà a monitorare compliance, sanzioni e rischi operativi e reputazionali residui.
Quanto può costare questa operazione agli azionisti? E quanto costerebbe restare?
L’impatto stimato della transazione è un effetto cumulato negativo a conto economico di circa 3,0-3,3 miliardi di euro, di cui 1,6-1,8 miliardi legati allo scarico a P&L della riserva cambi, una voce non monetaria senza impatto diretto sul capitale. L’impatto negativo sul CET1 al closing è stimato in 20-25 punti base, più che compensato dalla riduzione del rischio residuo, con un beneficio complessivo netto sul capitale intorno ai 35 punti base. L’operazione non dovrebbe modificare i target di utile del piano né le distribuzioni agli azionisti. Il costo di restare, invece, sarebbe legato al rischio di nazionalizzazione o di perdita totale del controllo, che in passato la banca aveva quantificato in miliardi di equity, con stime precedenti intorno ai 3,8 miliardi o più a seconda del momento. Continuare a operare espone inoltre a rischi sanzionatori, reputazionali e di compliance elevati, oltre alla pressione costante della BCE e delle autorità politiche. UniCredit accetta quindi una perdita contabile significativa per togliere una “mina” dal bilancio e ridurre drasticamente il downside.
Per chi investe in UniCredit, quanto pesa ancora il rischio russo? Il mercato lo sta sottovalutando?
Dopo anni di de-risking e con questa operazione in corso, il peso del rischio russo è già molto contenuto, con un’esposizione locale ridotta a percentuali marginali del gruppo. Il titolo ha reagito positivamente alla notizia del via libera di Putin. Il mercato sembra aver scontato gran parte del rischio. L’impatto a P&L era noto da maggio e il beneficio patrimoniale netto è visto positivamente. Restano rischi fino al closing, legati a possibili ritardi, condizioni peggiorative o problemi sulla New Bank, ma non appaiono più sistemici per il gruppo. Non sembra quindi esserci una sottovalutazione grossolana, quanto piuttosto un rischio ormai secondario rispetto ad altri fattori, come la crescita, il tema M&A, il contesto macroeconomico e i tassi. In altre parole, il decreto di Putin sblocca la strada, ma l’uscita vera e propria arriverà solo con il closing del 2027. UniCredit cede la parte commerciale, mantiene i pagamenti e paga un prezzo contabile elevato per ridurre in modo strutturale il rischio.


