Usa, Powell lascia la Fed
L’ultimo giorno di Jerome Powell alla guida della Banca centrale americana, per tutti la Fed, Federal Reserve, segna la fine di otto anni di sfide, scontri, speranze che si sono dipanate in scenari completamente stravolti. Il comando passera’ a un fedelissimo di Donald Trump, quel Kevin Warsh sul quale si addensano i dubbi – non solo della politica ma anche di Wall Street e dei banchieri centrali d’Europa – legati alla sua capacita’ di restare davvero indipendente dalla Casa Bianca.
Ma oggi, secondo molti analisti, si chiude un’epoca. Quando Powell arrivo’ alla Fed, nel 2018, a mettere ansia a economisti e banchieri centrali non era l’eccesso ma la scarsita’: inflazione troppo bassa, salari stagnanti, milioni di americani ancora ai margini del mercato del lavoro dopo le cicatrici della crisi finanziaria. Otto anni dopo, Powell lascia Washington dopo aver attraversato una pandemia, uno shock inflazionistico globale, una guerra commerciale permanente e una lunga campagna di intimidazione politica orchestrata da Trump. Sotto la guida di Powell, l’economia americana e’ passata da un mondo di denaro quasi gratuito a uno in cui il costo del credito e’ tornato a livelli che una generazione intera non aveva mai conosciuto.
L’inflazione, che per decenni era sembrata una reliquia del passato, e’ improvvisamente riapparsa nelle corsie dei supermercati, nei contratti d’affitto, nei concessionari d’auto. Per milioni di americani, la politica monetaria ha smesso di essere un concetto astratto ed e’ diventato qualcosa di tangibile: il prezzo del latte, il mutuo della casa, la rata della carta di credito. Powell, 73 anni, nato a Washington, non ha avuto il tratto dei sacerdoti della banca centrale. Non era un economista accademico modellato nei dipartimenti di Princeton o del Mit, ma un avvocato con un passato nella finanza privata e una certa aria da dirigente sobrio della provincia americana. In pubblico ha sempre evitato ogni forma di grandiosita’ tecnocratica.
Si e’ presentato come “Jay”, ha parlato sempre con cautela, quasi con riluttanza. Alle feste della Fed tirava fuori la chitarra, un residuo degli anni giovanili passati a suonare per strada in Europa. Ma alla fine Powell si e’ dimostrato piu’ resistente alle pressioni e intimidazioni, di quanto lo stesso Trump immaginasse. C’e’ un errore, pero’, che definira’ inevitabilmente il suo mandato. Arrivo’ dopo la pandemia: Powell e quasi tutto l’establishment economico descrissero l’inflazione come “transitoria”, una parola che sarebbe presto diventata una specie di marchio di fallimento collettivo.
Le interruzioni nelle catene globali di approvvigionamento sembravano temporanee; le fabbriche avrebbero riaperto, i porti si sarebbero svuotati, il sistema avrebbe ritrovato il proprio equilibrio. Nel frattempo Washington – prima sotto Trump e poi con Joe Biden – aveva inondato l’economia di migliaia di miliardi di dollari di stimoli. In tutto sono stati 5 mila miliardi. Gli americani, chiusi in casa durante il Covid, si ritrovarono improvvisamente con liquidita’ da spendere e merci difficili da trovare. La domanda esplose mentre l’offerta arrancava.
La Fed ha mantenuto i tassi vicini allo zero troppo a lungo, anche quando l’inflazione, nel 2021, supero’ ampiamente l’obiettivo del 2% della Banca centrale americana. E lo stesso e’ successo nel marzo 2022, quando l’inflazione raggiunse il 6,9 per poi, a giugno, toccare il 9,1. Quando Powell comprese che l’inflazione non era un fenomeno passeggero ma una trasformazione piu’ profonda, fu costretto a una brusca inversione.
Da allora e’ seguito il ciclo di rialzi dei tassi piu’ aggressivo dai tempi di Paul Volcker, il presidente della Fed dal ’79 all’87 passato alla storia per la sua durezza nel contenere un’inflazione fuori controllo. Alcuni economisti avevano lanciato con Powell l’allarme recessione. Come Larry Summers, secondo il quale domare l’inflazione avrebbe inevitabilmente richiesto milioni di posti di lavoro sacrificati. Ma l’economia americana, contro quasi ogni previsione, ha continuato a crescere. L’inflazione era rallentata e senza che la disoccupazione esplodesse.
Poi ha ripreso a crescere con la guerra dei dazi lanciata da Trump e il conflitto con l’Iran che ha prodotto lo shock petrolifero, legato al blocco dello Stretto di Hormuz, da cui passa il 20 per cento del traffico petrolifero globale. I generi alimentari costano adesso il 30% in piu’ rispetto a sei anni fa, prima dell’emergenza Covid.
Nel frattempo il tycoon ha trasformato Powell in un bersaglio personale: lo ha accusato di sabotare la crescita, tradire il Paese, essere “troppo lento” e “troppo prudente”, poi ha ordinato al dipartimento di Giustizia di metterlo sotto inchiesta per presunte irregolarita’ – non dimostrate – nella ristrutturazione della sede centrale della Fed.
L’immagine forse piu’ rivelatrice del mandato del banchiere e’ arrivato durante una visita al cantiere della ristrutturazione della Federal Reserve, a luglio dell’anno scorso. Trump, davanti alle telecamere, cerco’ di umiliarlo mostrando documenti sui costi spropositati del progetto, dicendo che erano passati da 2,7 a 3,1 miliardi. Powell indosso’ gli occhiali in modo dottorale, controllo’ le cifre e corresse il presidente con calma quasi notarile: Trump stava includendo un edificio gia’ completato anni prima.
La scena duro’ pochi secondi ma condenso’ due concezioni opposte del potere: da una parte lo show improvvisato; dall’altra la pazienza burocratica. Alla fine, il lascito di Powell restera’ ambiguo ma sostanziale. Per tutti sara’ l’uomo che sottovaluto’ la minaccia inflazionistica piu’ importante degli ultimi quarant’anni. Ma anche il presidente della Fed che e’ riuscito a tenere i prezzi sotto controllo senza distruggere il mercato del lavoro. E che, in un’epoca di crescente pressione politica, non ha fatto passi indietro.

