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Economia

 

obama 2008

Il conto alla rovescia per il “government shutdown, ossia l’interruzione di ogni pagamento e dunque la chiusura di ogni attività dell’amministrazione federale Usa, fissato per il primo di ottobre, prosegue e preoccupa i mercati finanziari di mezzo mondo, che tornano a perdere quota temendo sia l’impatto negativo sul Pil di una “serrata pubblica” sia il rischio di un default che secondo il segretario al Tesoro Usa Jacob Lew potrebbe essere dichiarato già il prossimo 17 ottobre in caso di mancato accordo al Congresso, dato che da quella data il Tesoro americano non sarebbe più in grado di onorare il pagamento degli interessi sul proprio debito pubblico.

Lo scontro è, come già lo scorso anno, nettamente politico: da una parte i Democratici premono per un aumento delle tasse sui redditi più alti e le società finanziarie, dall’altra i Repubblicani vogliono che ogni concessione all’innalzamento del tetto sul debito (il cosidetto “debt ceiling”) venga compensato con nuovi tagli, in particolare riducendo la portata della mai “digerita” riforma sanitaria promossa da Barack Obama. Fiutato il pericolo il presidente Usa ieri sera ha sbottato: “Il Congresso non può minacciare la fiducia e il credito americano con il budget e il debito, è irresponsabile a minacciare il default”.

Tra i due litiganti, lo scollamento tra il “Paese reale” e i palazzi della politica di Washington cresce ogni giorno di più: secondo gli ultimi sondaggi sono in calo sia i giudizi favorevoli sull’operato del presidente americano (che convince solo il 47% degli elettori), sia dei Repubblicani (che sembrano poter contare solo sul 34% dei consensi) ma pure dei Democratici (che toccano il 44%, sui minimi degli ultimi due anni).

Non solo: il 68% degli americani ritiene che il paese stia andando nella direzione sbagliata, un dato che rappresenta il massimo di “sfiducia” degli ultimi due anni, mentre gli elettori appaiono dare giudizi fortemente contrastanti sia sulla riforma sanitaria (per il 50% contro il 43% i Repubblicani dovrebbero smettere di opporsi alla nuova legislazione sanitaria voluta da Obama) sia sui costi della stessa (il 60% degli intervistati sembra ritenere che la riforma alzerà il costo delle cure mediche, anziché ridurlo).

Uno scontro così polarizzante sembra dunque lasciare poco spazio per compromessi che riescano ad evitare la chiusura di ogni attività dell’amministrazione federale americana da martedì prossimo. Ma quanto rischia di costare lo “shutdown”? Secondo gli analisti di Moody’s se dovesse durare 3 o 4 settimane la crescita del Pil (stimata pari al 3% annualizzato nel quarto trimestre, se non dovesse esservi alcuna chiusura forzata) potrebbe ridursi dell’1,4%, crollando dunque sull’1,6% e compromettendo il lavoro certosino fatto finora dalla Federal Reserve attraverso tassi virtualmente pari a zero e continui acquisti di bond sul mercato.

Appena più ottimisti gli analisti di Macroeconomic Advisers Llc secondo i quali se la “serrata” durasse un paio di settimane (evitando dunque la data fatidica del 17 ottobre) l’impatto negativo sulla crescita sarebbe limitato ad uno 0,3%, quanto basterebbe però per riportare la crescita del Pil attorno ad un 2% a fine 2013. Come in un film sui giovani ribelli degli anni Cinquanta, Repubblicani e Democratici paiono tuttavia voler ignorare ogni avvertimento e cercare di ottenere il massimo per le proprie posizioni sino all’ultimo secondo. Col rischio concreto, già messo in conto da Moody’s, di un taglio del rating sovrano che verrebbe decretato anche prima

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