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Usa via dalla Nato, Rinaldi: “L’Europa non è pronta a difendersi da sola. Servono migliaia di miliardi fuori dai vincoli Ue. A Bruxelles poche idee e confuse”

L’economista Rinaldi spiega ad Affaritaliani l’impatto sistemico: costi enormi e vincoli Ue incompatibili con una vera difesa europea

Usa via dalla Nato, Rinaldi: “L’Europa non è pronta a difendersi da sola. Servono migliaia di miliardi fuori dai vincoli Ue. A Bruxelles poche idee e confuse”
antonio maria rinaldi

Nato senza Usa, Rinaldi: “Non sarebbe la fine ma dipende da come reagisce l’Ue…”. Intervista

Mentre il dibattito sulla tenuta dell’Alleanza Atlantica si infiamma e le speculazioni su un possibile disimpegno degli Stati Uniti passano da provocazione elettorale a ipotesi sul tavolo, l’Europa si scopre improvvisamente nuda di fronte al proprio destino strategico. Sullo sfondo, il crollo di un ordine costruito nel 1949 non minaccia solo la sicurezza militare, ma mette sotto scacco l’intero impianto economico del Continente, fondato per decenni su una stabilità garantita da Washington.

Le incognite sollevate da un’eventuale uscita degli USA dalla NATO sono dirompenti: l’Europa è davvero in grado di trasformarsi in una potenza autonoma senza mandare in frantumi i propri vincoli di bilancio? E quanto è sostenibile la difesa comune all’interno della “gabbia” del Patto di Stabilità? Il rischio è che, senza l’ombrello americano, l’Unione debba scegliere tra la propria sopravvivenza geopolitica e i dogmi fiscali che ne hanno regolato la nascita.

A tracciare i confini di questa discontinuità storica è Antonio Maria Rinaldi, economista e già europarlamentare della Lega, che ad Affaritaliani analizza l’impatto sistemico di una NATO senza la guida statunitense: “Il solo fatto che si metta in dubbio la partecipazione americana fa già cadere la deterrenza. Per sostituire quel ruolo servirebbero investimenti di migliaia di miliardi, una cifra incompatibile con l’attuale architettura economica europea e con le funzioni della BCE”.

Professore, quanto rapidamente verrebbe meno la credibilità della deterrenza europea se gli Stati Uniti uscissero dalla NATO, e quali sarebbero i primi segnali concreti di questa perdita di fiducia?

“La fiducia si basa sulla percezione. Il fatto stesso che un componente fondamentale come gli Stati Uniti metta in dubbio la propria partecipazione futura è già sufficiente a far crollare la deterrenza. Alla sola notizia, l’effetto sarebbe immediato. Siamo già in una fase in cui la NATO ha perso parte di quel potere deterrente che l’ha sempre sostenuta. La deterrenza non è un interruttore che si spegne al momento dell’uscita formale, ma un clima di sicurezza che si dissolve non appena viene meno la certezza del garante”.

Lei sostiene che l’Europa dovrebbe riscrivere le proprie regole fiscali: questo significherebbe sospendere il Patto di Stabilità o immaginare nuovi strumenti di debito comune?

“Premettiamo che il debito comune, secondo i trattati di Maastricht e Lisbona, è vietato. Esperienze come il Next Generation EU sono state eccezioni straordinarie e limitate. Non credo che questa sia una strada percorribile, anche perché richiederebbe l’unanimità di 27 Paesi. Il problema è un altro: qui non basterebbe una semplice “sospensione” del Patto di Stabilità. Se l’Europa dovesse farsi carico delle deficienze lasciate dagli USA, parliamo di investimenti da migliaia di miliardi di euro.

L’attuale architettura economica, inclusa la funzione della BCE, è del tutto incompatibile con uno sforzo di questa portata. Finora l’Europa ha goduto della protezione americana a basso costo; se vogliamo mantenere lo stesso impianto senza di loro, dobbiamo trovare risorse enormi. Senza stravolgere i vincoli attuali, sostituire la caratura degli Stati Uniti è semplicemente impossibile”.

Quali settori industriali trarrebbero impulso da una “europeizzazione” della difesa e quali rischierebbero di subire squilibri?

“L’Europa ha storicamente un’industria bellica importante. Pensiamo alla Germania, che per tutelarsi dalla crisi dell’automotive sta riconvertendo impianti verso il settore della difesa. Ma servono investimenti. Con l’attuale disciplina degli aiuti di Stato e i vincoli di bilancio, un rafforzamento militare credibile non è realizzabile. Sebbene l’uscita degli USA richiederebbe tempi lunghi — serve il voto del Congresso e un anno di preavviso — il solo parlarne indebolisce il sistema.

Anche un semplice ridimensionamento del ruolo americano, come già chiesto dalle amministrazioni passate, mette la Commissione Europea davanti a un vicolo cieco: come spendere le cifre necessarie restando nella “gabbia” dei vincoli europei? Più che sospendere il Patto di Stabilità, bisognerebbe metterlo definitivamente in soffitta e riscrivere un impianto economico che oggi è puramente prociclico”.

La fine della NATO segnerebbe anche la fine dell’Occidente come lo conosciamo? L’ordine mondiale verrebbe stravolto?

“Senza gli Stati Uniti, potremmo continuare a chiamarla “NATO” per ragioni formali, ma di fatto sarebbe un’altra cosa. Non sarebbe la fine di tutto, ma dipenderebbe dalla nostra capacità di reagire. Saremmo in grado di coordinarci con Regno Unito, Canada e partner europei spendendo cifre inimmaginabili? Parliamo di mettere in campo ogni anno volumi finanziari superiori all’intero pacchetto del Recovery Fund (800-900 miliardi) per i prossimi vent’anni. È una questione di scelte politiche radicali. Personalmente, non credo che questa Commissione Europea abbia la capacità o la visione per gestire un passaggio di questa portata”.

In caso di frammentazione della sicurezza, che ruolo giocherebbero Russia e Cina nel ridefinire gli equilibri?

“L’approccio della Cina non è mai prettamente militare, ma usa l’economia e il commercio come strumenti di conquista. La Russia, dal canto suo, vedrebbe ridursi la pressione strategica sul fronte occidentale e ne sarebbe chiaramente avvantaggiata. Senza la deterrenza nucleare americana — dato che Francia e Gran Bretagna hanno arsenali molto più ridotti — la Russia non avrebbe motivo di preoccuparsi, anzi. Una divisione dell’Occidente permetterebbe alla Cina di rafforzare la propria influenza geopolitica.

Tutto dipende dalla risposta europea. Se gli Stati Uniti dovessero uscire formalmente dalla NATO, è ipotizzabile che non rimarrebbero comunque indifferenti di fronte a una crisi che coinvolge il blocco occidentale, ma un conto è far parte di un’alleanza strutturata, un altro è agire da attore esterno. Il ruolo determinante spetta alla Commissione, ma al momento vedo solo idee poche e confuse”.

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