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Economia
generali (9)

Tutto bene quel che finisce bene, con l’assemblea di Generali che approva senza particolari patemi il bilancio 2012, chiuso con un utile netto di 90 milioni di euro, la distribuzione di un dividendo di 0,20 euro per azione (invariato) e rinnova per il triennio 2013-2016 il Cda, composto dal presidente Gabriele Galateri, dall’amministratore delegato Mario Greco, da Francesco Gaetano Caltagirone, Vincent Bollorè, Lorenzo Pellicioli, Clemente Rebecchini, Paolo Scaroni, Ornella Barra, Alberta Figari, Sabrina Pucci e Paola Sapienza.

Eppure a voler leggere tra le righe non tanto l’esito del voto, scontato, ma la partecipazione allo stesso non si può fare a meno di notare un’assenza pesante, quella dei soci veneti Ferak (holding che riunisce soci del calibro di Amenduni, Stefanel, Zoppas, Palladio Finanziaria, Finint e Veneto Banca, cui fa capo da una decina d’anni l’1,7% di Generali) ed Effeti, quest’ultimo veicolo finanziario partecipato da Fondazione Crt (49,9%) e dalla stessa Ferak (50,1%) che ha “in pancia” un altro 2,151% del leone di Trieste, risultando così il quarto maggior azionista della compagnia. Un’assenza che sembra ribadire le distanze tra questa parte di azionariato, rimasta legata alla gestione di Giovanni Perissinotto, “dimissionato” nove mesi fa da un altro gruppo “storico” di azionisti, ossia Mediobanca, De Agostini e Del Vecchio.

Il gelo odierno potrebbe dunque significare un graduale spostamento del baricentro geografico e di potere del gruppo dal Nord-Est (comunque presente in assemblea con la Delfin di Leonardo Del Vecchio, terzo maggior socio col 3,01% di capitale, e dai Benetton, soci con lo 0,96%) a favore quanto meno del Nord-Ovest, area di elezione di Piazzetta Cuccia e di alcuni suoi soci storici come quelli riuniti in Inv. Ag., altro veicolo finanziario a suo tempo creato da Mediobanca nel cui azionariato sono presenti i piemontesi Gavio, Ferrero e Lavazza, i lombardi Arvedi e Brunori, gli emiliani Zannoni, Minozzi e Valentini e che custodisce l’1,35% di Generali (oggi regolarmente in assemblea come del resto Mediobanca, Del Vecchio, De Agostini e Francesco Gaetano Caltagirone, quest’ultimo socio al 2,23%).

Se si sommano anche le quote in mano a Intesa San Paolo (1,70%) e alla Fondazione Cariplo (1,52%) lo slittamento degli equilibri in seno al capitale del Leone fuori dalla sua area geografica nativa è del resto da tempo evidente, con circa il 12,24% di capitale in mano a Mediobanca e ad imprenditori del Nord Ovest e del Centro Italia, contro poco più del 6,15% in mano a soci nordestini. Una situazione che fotografa bene quello che è ormai “l’ex” leone del Nord Est, anche se ai piccoli azionisti proprio non va giù l’idea di dare addio a una bandiera storica di Trieste, tanto che in assemblea uno di loro, intervenendo contro lo spostamento della direzione generale da Trieste a Milano, tuona: “Stia attento dott. Greco, avviserò il capo di Forza Italia (Silvio Berlusconi, ndr) a cui fa capo il 5% di Mediobanca, lei non può impoverire Trieste e alimentare la disoccupazione”.

Ad ogni modo è difficile che il “gelo” attuale si possa tradurre a breve in uno strappo definitivo: uscire anche a questi livelli, nonostante un recupero di quasi il 37% negli ultimi nove mesi, ossia dall’arrivo di Mario Greco sulla poltrona di Group Ceo, significherebbe per Ferak dover iscrivere a bilancio una minusvalenza di quasi 400 milioni di euro sul proprio 1,7%, più eventualmente altri 65 milioni per la propria quota in Effeti (che vendendo adesso perderebbe circa 130 milioni di euro rispetto ai prezzi a cui i titoli sono iscritti in bilancio), mentre anche il gruppo Benetton, che pure nel 2010 aveva allineato la valorizzazione del proprio 0,94% alla valutazione media del titolo di quell’anno (poco più di 16,3 euro) arrotondando successivamente la quota sino all’attuale 0,96%, rischierebbe di dover marcare una perdita di una trentina di milioni.

Luca Spoldi

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