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Vertice Trump-Xi, Rinaldi: “Solo una pausa tattica, nessun vero accordo: sull’IA è una nuova guerra di supremazia”

In attesa del faccia a faccia a Pechino, l’esperto avverte: i mercati sperano nella fine dei dazi, ma lo scontro resta strutturale.

Vertice Trump-Xi, Rinaldi: “Solo una pausa tattica, nessun vero accordo: sull’IA è una nuova guerra di supremazia”
Donald Trump e Xi Jinping

Vertice Trump-Xi, Rinaldi: “Probabile solo una pausa tattica, l’Europa rischia di restare schiacciata tra i due giganti”

Mentre i riflettori del mondo si accendono su Pechino per lo storico faccia a faccia tra Donald Trump e Xi Jinping, l’atmosfera internazionale oscilla tra la speranza di una distensione e la consapevolezza di una rivalità ormai strutturale. Sul tavolo del vertice non ci sono solo i dazi, ma il controllo dei semiconduttori, il primato sull’intelligenza artificiale e la riconfigurazione delle catene globali del valore, in un confronto che ridisegna i confini della sovranità economica del XXI secolo.

Le scommesse dei mercati e l’ottimismo delle Borse sollevano però interrogativi profondi: siamo di fronte a un reale accordo di pace commerciale o soltanto a una tregua tattica necessaria a stemperare l’inflazione? E soprattutto, in questo scontro tra titani che investono massicciamente in industria e tecnologia, quale ruolo può ancora giocare un’Europa spesso paralizzata da rigidità burocratiche e priva di una vera strategia industriale comune?

A fare chiarezza è Antonio Maria Rinaldi, economista e già europarlamentare della Lega, che ad Affaritaliani analizza le dinamiche del vertice e i rischi per il sistema produttivo europeo: “Ritengo più probabile una pausa tattica che un vero accordo strutturale. Le divergenze tra Stati Uniti e Cina non sono soltanto commerciali, ma strategiche, tecnologiche e geopolitiche”.

I mercati stanno scommettendo su una tregua tra Usa e Cina: secondo lei da Pechino uscirà un vero accordo economico o solo una pausa tattica sui dazi?

“Ritengo più probabile una pausa tattica che un vero accordo strutturale. Le divergenze tra Stati Uniti e Cina non sono soltanto commerciali, ma strategiche, tecnologiche e geopolitiche. Trump punta a ridurre la dipendenza americana dalla manifattura cinese e a contenere l’espansione industriale e tecnologica di Pechino, mentre Xi Jinping mira a consolidare l’autosufficienza produttiva, finanziaria e tecnologica della Cina.

In questo contesto, eventuali intese sui dazi potrebbero servire soprattutto a rassicurare temporaneamente i mercati e ad attenuare le tensioni inflazionistiche globali, ma il confronto di fondo resterà inevitabilmente aperto”.

L’intelligenza artificiale sarà il vero terreno dello scontro tra Trump e Xi: possiamo aspettarci cooperazione minima sulle regole o una nuova escalation tecnologica?

“L’intelligenza artificiale rappresenta oggi ciò che il nucleare fu nel secondo dopoguerra: il fulcro della supremazia economica, industriale e militare. Mi aspetto soltanto forme minime di coordinamento, finalizzate soprattutto a evitare rischi sistemici o cyber-conflitti incontrollati. Per il resto, la competizione è destinata ad accentuarsi. Gli Stati Uniti stanno cercando di limitare l’accesso cinese ai semiconduttori avanzati e alle tecnologie strategiche, mentre la Cina accelera enormemente gli investimenti pubblici per colmare il divario tecnologico. Siamo quindi di fronte a una vera e propria competizione per la leadership globale del XXI secolo”.

Le Borse europee stanno reagendo con ottimismo, soprattutto semiconduttori e difesa: il mercato sta anticipando un allentamento delle tensioni commerciali?

“Sì, i mercati stanno chiaramente prezzando l’ipotesi di una riduzione almeno temporanea delle tensioni commerciali. Tuttavia, ritengo che l’ottimismo sia in parte eccessivo. I mercati finanziari tendono spesso ad anticipare scenari ideali, mentre la realtà geopolitica resta molto più complessa e instabile. In particolare, i comparti dei semiconduttori, della difesa e della tecnologia beneficiano della prospettiva di una domanda crescente legata sia agli investimenti pubblici sia alla riconfigurazione delle catene globali del valore.

Il problema è che l’Europa continua a trovarsi in una posizione di forte dipendenza strategica sia dagli Stati Uniti sia dalla Cina, senza avere ancora costruito una reale autonomia industriale e tecnologica”.

Quali settori potrebbero beneficiare di più dall’incontro Trump-Xi: chip, automotive, energia o export europeo?

“Nel breve periodo direi soprattutto semiconduttori e automotive, perché sono i comparti più direttamente esposti alle catene globali del valore e alle restrizioni commerciali. Anche il settore energetico potrebbe beneficiare di una minore volatilità geopolitica e di un miglioramento delle prospettive della domanda globale. Inoltre, ritengo che si parlerà anche di sicurezza energetica, considerando che Iran e Venezuela sono storici fornitori di greggio della Cina e che proprio su queste aree gli Stati Uniti hanno recentemente accentuato la pressione geopolitica.

 Per quanto riguarda l’export europeo, molto dipenderà dalla capacità dell’Unione Europea di non restare schiacciata tra Washington e Pechino. Il problema è che Bruxelles continua a privilegiare l’approccio regolatorio senza aver costruito una vera strategia industriale comune. Ad esempio il caso dell’Ilva è emblematico: l’Europa parla continuamente di autonomia strategica, sicurezza delle filiere e riduzione delle dipendenze esterne, ma poi non comprende che la produzione di acciaio rappresenta un asset essenziale non solo per l’Italia ma per l’intero sistema industriale europeo. Mentre lo stesso Regno Unito valuta interventi pubblici e nazionalizzazioni nel settore siderurgico, l’Unione Europea continua a muoversi con rigidità burocratiche e vincoli che rischiano di indebolire ulteriormente la competitività industriale del continente.

Il rischio concreto è che l’Europa resti il vaso di coccio tra Stati Uniti e Cina, subendo le conseguenze economiche e geopolitiche di una competizione globale nella quale le grandi potenze investono massicciamente in industria, innovazione e sovranità economica, mentre Bruxelles continua prevalentemente a regolamentare”.

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