Dalla gestione responsabile dell’acqua ai processi fisici che riducono l’uso della chimica, fino alla sfida del vino dealcolato: ecco che cosa fa Vinext, la società fondata da Salvatore Vignola
C’è un filo rosso che unisce il vigneto, la cantina e il consumatore finale. Ed è lì che si colloca Vinext, società nata dall’intuizione di Salvatore Vignola dopo oltre vent’anni di esperienza nel settore enologico, con l’obiettivo di spingere il comparto verso un modello più moderno, più sostenibile e meno dipendente dalla chimica tradizionale. Una visione che oggi si traduce in quattro aree di attività, ma che nel racconto di Vignola ha un baricentro preciso: accompagnare il vino in una fase di trasformazione profonda, senza tradirne identità e cultura.
“Quando ho dato vita a Vinext, tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, avevo capito che l’enologia stava cambiando”, spiega Vignola. “Sempre più processi chimici potevano essere sostituiti da processi fisici. Da allora abbiamo tenuto ferma la barra su innovazione e sostenibilità, quando questi temi non erano ancora così inflazionati come oggi”. L’idea di fondo è chiara: il vino resta figlio dell’uva, della terra e della mano del produttore, ma la tecnologia può aiutarlo ad essere più stabile, più salubre e più adatto a mercati sempre più lontani ed esigenti. È da qui che nasce uno dei pilastri della proposta Vinext: l’engineering applicato all’enologia, con soluzioni che puntano a ridurre l’ossidazione, contenere il ricorso a conservanti e migliorare la tenuta del vino lungo tutta la filiera.
L’attenzione al consumatore
“Il consumatore oggi conosce il settore molto meglio di vent’anni fa”, osserva Vignola. “Chiede vini più salubri, meno solforosi e con meno solfiti, ma allo stesso tempo vuole un prodotto capace di arrivare bene in tutto il mondo. Noi abbiamo lavorato proprio su questo punto: meno ossigeno nella filiera significa meno necessità di conservanti”. Il riferimento è a uno dei sistemi sviluppati da Vinext – che nel frattempo si è quotata in Borsa, nell’estate 2025 – basato su una membrana che consente di eliminare l’ossigeno dal vino nel corso del processo produttivo. Un tassello tecnologico che, nelle intenzioni dell’azienda, serve a proteggere meglio il prodotto e a rendere meno invasiva la chimica di cantina. Secondo Vignola, oggi gli impianti venduti nel mondo sono oltre 200, con presenza in Italia, Francia, Sudafrica, Cile e nei Paesi dell’Est.
Polygreen, l’acqua come nuova frontiera del rapporto con il consumatore
Ma se il primo volto di Vinext è quello dell’innovazione in cantina, il secondo — più vicino al B2C e anche più immediatamente percepibile dal grande pubblico — si chiama Polygreen. È il prodotto con cui la società punta a entrare non solo nel mondo agricolo e vitivinicolo, ma anche nel verde urbano e domestico. Si tratta di un sistema in grado di trattenere grandi quantità d’acqua e di rilasciarle gradualmente al terreno, con un duplice obiettivo: ridurre i consumi idrici e tagliare i costi di manutenzione.
“Polygreen ha la capacità di incamerare fino a 150 volte il suo peso in acqua”, spiega Vignola. “Va collocato vicino alle radici e rilascia umidità man mano che la pianta ne ha bisogno. In questo modo consente di usare meno acqua e di distribuirla in modo più efficiente”.
Il punto interessante è che il prodotto non viene pensato soltanto per i vigneti. Vinext lo sta sviluppando nel B2B agricolo, nei nuovi impianti e nelle colture ad alta intensità idrica, ma anche nel verde pubblico e, appunto, nel B2C. Vignola cita il caso di Bellaria-Igea Marina, dove il prodotto è stato utilizzato in alcune aiuole del lungomare: “Da marzo a settembre il monitoraggio ha certificato un risparmio del 50% d’acqua e del 50% di manutenzione”.
Un’esperienza che poi, aggiunge, è stata replicata anche da Verona e da altre amministrazioni locali. Per Vinext, il messaggio è semplice: la sostenibilità non è più solo un tema da convegno, ma una leva concreta di efficienza. E soprattutto può diventare un argomento di vendita. “Oggi raccontare in retroetichetta che quel vino nasce da un vigneto dove si recupera l’acqua o si utilizzano sistemi più sostenibili è un valore”, dice Vignola. “Molte cantine virtuose lo stanno capendo, perché il consumatore finale apprezza questo tipo di approccio”.
Da qui il passaggio successivo: portare Polygreen nelle case degli italiani. Vinext ha già avviato i primi test in televendita e sta lavorando per costruire una presenza più ampia anche nella distribuzione specializzata e, prospetticamente, nella grande distribuzione. “Ci siamo accorti che attraverso i social e i nostri portali arrivavano richieste continue di consumatori, di appassionati del verde, di persone che volevano una soluzione concreta per risparmiare acqua”, racconta Vignola. “Per questo stiamo spingendo molto sul B2C: il 2026 sarà un anno importante su questa nuova linea di business”.
Bianchi, rossi e nuovi consumi: il vino cambia pelle
C’è poi un altro tema che Vinext osserva da vicino, perché incide direttamente sulla domanda di mercato: l’evoluzione del consumo tra vino bianco, rosso e bollicine. “Oggi il mercato mondiale si sta spostando verso le bollicine e verso i bianchi – dice Vignola -. È una questione di abitudini, di clima, di occasioni di consumo. Il vino rosso soffre di più perché si beve meno fuori pasto e richiede abbinamenti più precisi”. Nel ragionamento di Vignola entrano diversi fattori: il cambiamento degli stili alimentari, le nuove occasioni di consumo, il peso delle temperature sempre più elevate, ma anche una diversa socialità. ”Bere vino oggi è anche comunità, aperitivo, convivialità immediata”, osserva. “Ed è più facile che questo porti il consumatore verso una bollicina o verso un bianco piuttosto che verso un rosso strutturato”.
Non è un dettaglio, perché per un’azienda come Vinext, che lavora “dietro le quinte”, leggere bene questi cambiamenti significa aiutare i produttori a posizionarsi meglio. In altre parole: se il mercato chiede vini più freschi, più puliti, più facili da bere e più coerenti con un consumo contemporaneo, allora la tecnologia può servire proprio a questo, senza snaturare il prodotto.
La scommessa del dealcolato, tra opportunità e rischio di omologazione
Dentro questo scenario si inserisce il capitolo del vino dealcolato, forse il terreno più delicato e più divisivo. Vinext non lo considera una moda passeggera né, al contrario, la soluzione definitiva alla crisi dei consumi. La società sta lavorando sul tema, sviluppando competenze, supporto tecnico e alcune domande di brevetto, ma con un approccio molto prudente. “Il dealcolato sarà una fetta in più di mercato, non la panacea che risolve il problema dei consumi del vino”, afferma Vignola. “Ci sarà una crescita, forse anche rapida all’inizio, ma poi troverà il suo assestamento. Non credo che spazzerà via il vino tradizionale”.
La questione, per lui, è duplice. Da una parte c’è l’opportunità di entrare in mercati o contesti dove l’alcol è meno accettato, per ragioni culturali, religiose o semplicemente di stile di vita. Dall’altra c’è il rischio che il dealcolato diventi il cavallo di Troia per l’ingresso massiccio di grandi player delle bevande, più interessati al prodotto industriale che al racconto del territorio. “Dobbiamo difendere il fatto che anche un vino dealcolato abbia una cultura italiana”, sostiene Vignola. “Perché altrimenti si apre la porta ai grandi produttori di bevande e si rischia la morte di una cultura, di un indotto, di tante famiglie che vivono di vino”. Il problema, aggiunge, è anche tecnologico ed energetico. Oggi, spiega, produrre vino dealcolato comporta ancora consumi elevati, forte impiego di tecnologia e spesso anche un uso importante di acqua. Per questo Vinext sta cercando di sviluppare un approccio diverso, che metta insieme sostenibilità, piacevolezza e riduzione degli zuccheri.
“Il nostro obiettivo è portare sul mercato un know-how che abbia senso dal punto di vista sostenibile”, dice Vignola. “Oggi molti vini dealcolati per risultare bevibili finiscono per avere un contenuto zuccherino elevato. Noi stiamo lavorando per ottenere un prodotto piacevole, che possa essere consumato e ri-consumato, ma senza dover compensare tutto con lo zucchero”. È un passaggio importante, perché tocca il nodo centrale del gusto. I primi prodotti immessi sul mercato, ammette Vignola, non sempre invitavano al secondo bicchiere. Oggi però il settore sta facendo passi avanti e Vinext vuole essere tra gli attori che contribuiscono a migliorare il profilo organolettico di questi vini, restando fedele al proprio ruolo: affiancare il produttore, non sostituirlo.
Dietro le quinte, ma con una visione precisa
In fondo è proprio questa la cifra di Vinext. Una società che non si propone come brand da scaffale nel senso classico del termine, ma come piattaforma tecnologica e industriale al servizio della filiera. Dalla riduzione della solforosa al recupero della CO2, dall’efficienza idrica in vigna alle nuove soluzioni per il dealcolato, il disegno è quello di un’azienda che prova a occupare lo spazio tra tradizione e innovazione.
“Noi restiamo dietro le quinte”, conclude Vignola. “Siamo partner dei produttori per assecondare ciò che chiedono i consumatori e i nuovi mercati. Il nostro compito è accompagnare il settore verso soluzioni più sostenibili, più efficienti e più moderne, senza perdere il legame con la cultura del vino italiano”. Ed è probabilmente qui che si gioca la sfida vera. Perché il vino, soprattutto in Italia, non è mai soltanto una bevanda. È racconto, paesaggio, identità. E se davvero sta entrando in una nuova stagione, chi saprà innovare senza banalizzare potrebbe ritagliarsi uno spazio importante. Vinext prova a farlo partendo da un assunto semplice: il futuro del vino non passa soltanto dalla bottiglia, ma da tutto ciò che succede prima.

