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Vino, tra dazi e consumi in calo. Vignola punta sull’ottimismo: “Non è la fine, ma l’inizio di una fase diversa”

L’amministratore delegato di Vinext Salvatore Vignola lancia un messaggio controcorrente al settore vitivinicolo, alle prese con un 2025 in calo

Vino, tra dazi e consumi in calo. Vignola punta sull’ottimismo: “Non è la fine, ma l’inizio di una fase diversa”
Salvatore Vignola

Il vino italiano perde 300 milioni di export, Vignola (Vinext): “La colpa non è del prodotto”

“Mi creda, un tempo la vendemmia era gioia, ora c’è troppa paura, perplessità, timore. Ma il settore del vino è sano e allora mi consenta di lanciare un messaggio di speranza e di ottimismo: basta con il timore”. Salvatore Vignola è un veronese verace, ama il vino tanto da averne fatto la sua attività ed è oggi l’amministratore delegato (oltre che fondatore) di Vinext. Fondata nel 2015 proprio a Verona, l’azienda sviluppa prodotti, tecnologie e soluzioni per accompagnare la trasformazione dei processi produttivi nei settori vitivinicolo e agroindustriale.

Dalla ricerca sulle biotecnologie alle tecnologie per la gestione idrica, fino ai sistemi industriali per cantine e beverage, l’azienda opera con un approccio che unisce innovazione, efficienza e sostenibilità. Quotata sul segmento Euronext Growth di Borsa Italiana, Vinext ha chiuso il 2025 con ricavi in crescita a 6,4 milioni. L’occasione per incontrare Vignola è quasi casuale: una gita nella città di Giuletta e Romeo, un appuntamento saltato, un pranzo in un ristorante che non ha bisogno di presentazioni ed eccoci seduti a tavola a parlare del presente, ma soprattutto del futuro del mondo del vino.

Vignola, lei ostenta ottimismo: è un po’ matto (come vorrebbe il proverbio sui veronesi) o davvero c’è qualcosa di buono anche in una congiuntura così complessa?

Partiamo da un assunto, proprio perché non voglio apparire come il facilone di turno: il momento è davvero complesso. Però, alla vigilia di una vendemmia in cui l’umore dei miei colleghi è davvero ai minimi storici, mi consenta di ricordare che questo dovrebbe essere un momento di gioia. Dagli acini un tempo pigiati con i piedi, oggi spesso con strumenti meccanici, fuoriesce una bevanda che non è solo buona, ma che racconta l’essenza di un territorio, è una parte fondamentale della cultura del nostro Paese. E allora perché rendere anche questo momento un passaggio funesto?

Certo, però siamo d’accordo che tra mercati in contrazione, crisi climatica, aumenti dei costi di produzione non c’è poi molto da stare allegri…

Rimaniamo però il primo produttore al mondo, anche se con qualità non sempre al top e con una Francia che sa trarre maggiore valore dal vino di pregio che riesce a realizzare.

Il 2025 si è chiuso con un segno meno, concorda?

Sì, gli indicatori parlano di un calo delle vendite totali del 2,8% rispetto al 2024, una contrazione dei consumi interni del 9,4% con un consumo pro capite sceso a 35,6 litri. E anche le giacenze sono in crescita, con oltre 57 milioni di ettolitri parcheggiati nelle cantine.

Anche l’export soffre parecchio…

Certo, siamo scesi a 7,78 miliardi di euro (-3,7%) a causa delle forti tensioni negli Usa generate dai dazi. Eppure non mancano i motivi di ottimismo, mi creda.

Me ne può dire qualcuno?

Almeno quattro: l’export italiano cresce del 4,3% in 13 mercati emergenti. Paesi come la Polonia, la Repubblica Ceca, il Kazakistan, il Messico e la Tailandia mostrano una domanda costante di spumanti e vini DOP. Il calo delle vendite colpisce soprattutto i vini fermi di fascia bassa, mentre il segmento dei vini Premium (soprattutto spumanti guidati dal Prosecco) attira i consumatori più giovani e mantiene margini di guadagno più alti. Le visite in cantina non sono più un’attività secondaria ma un canale di business cruciale. Oltre il 60% delle aziende dichiara un aumento delle vendite dirette proprio grazie all’accoglienza, che garantisce margini nettamente superiori alla distribuzione classica. Infine, i consumatori cercano prodotti più freschi, leggeri e a minor gradazione alcolica. I vini bianchi e i rosé mantengono posizioni stabili nella grande distribuzione rispetto al forte calo subito dai vini rossi.

Quindi il vino non è in crisi: sta semplicemente cambiando gusti e abitudini?

Esattamente. Continuare a produrre e vendere come si faceva vent’anni fa, aspettandosi gli stessi risultati, sarebbe un po’ come presentarsi a una degustazione con il bicchiere di plastica: si può fare, ma non è una grande idea. Il consumatore beve meno, però vuole bere meglio, conoscere la storia di ciò che acquista e vivere un’esperienza. Non è la fine del vino, è l’inizio di una fase diversa.

E la tecnologia può davvero aiutare un settore così legato alla tradizione?

La tecnologia non deve sostituire la tradizione, deve consentirle di avere un futuro. Può aiutare le cantine a utilizzare meglio l’acqua, ridurre gli sprechi, controllare i processi e mantenere costante la qualità. Innovare non significa snaturare il vino, ma mettere produttori ed enologi nelle condizioni di lavorare meglio. Anche perché il romanticismo è meraviglioso, ma quando arrivano le bollette serve pure l’efficienza.

I giovani bevono meno vino. Non sarà che, oltre a cambiare il prodotto, bisogna cambiare anche il modo di raccontarlo?

Sicuramente. Ai giovani non possiamo parlare con il linguaggio dei loro nonni, magari pretendendo pure che ci ringrazino. Il vino va raccontato per ciò che rappresenta oggi: territorio, socialità, esperienza, cultura e piacere consapevole. Servono parole più semplici, nuovi linguaggi e anche un po’ di leggerezza. Senza banalizzare, naturalmente: una bottiglia può stare benissimo su Instagram, purché dentro non ci sia soltanto una bella etichetta.

Se dovesse prescrivere una cura ricostituente al mondo del vino, che cosa metterebbe nella bottiglia?

Una dose abbondante di coraggio, due misure di innovazione e una spruzzata di sana incoscienza veronese. Poi lascerei riposare tutto lontano dai pessimisti, che rischiano di guastare anche le annate migliori. Il vino, in fondo, ci insegna proprio questo: ciò che oggi sembra acerbo, con il tempo e il lavoro può diventare eccellente.

Insomma, alla prossima vendemmia dobbiamo presentarci con il sorriso?

Assolutamente sì. I problemi ci sono e vanno affrontati, ma senza trasformarli in una condanna preventiva. La vendemmia rappresenta il compimento di un anno di lavoro, di sacrifici e di attese: deve tornare a essere un momento di incontro, condivisione e orgoglio. Anni fa dedicai un’intera pagina a un messaggio nel quale credo ancora oggi: “La vendemmia è una festa, festeggiamo insieme”. Più che un titolo, era quasi un invito. Oggi vorrei che diventasse una sorta di manifesto di tutto il settore.

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