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Economia
Volvo, storia cinese di successo. Ecco la cura per il made in Italy

Europa sempre più evidentemente in crisi e sempre più evidentemente a causa di una "cura letale" che gli eurocrati, sotto la spinta della Germania, provano a impartire a tutti i paesi in crisi indipendentemente dalle cause della crisi e dalle caratteristiche del sistema economico di ciascun "malato". Lo ha ricordato di recente persino il New York Times in un'editoriale in cui si segnala come nel secondo trimestre dell'anno la crescita si sia arrestata in Eurolandia, con un'inflazione sempre più vicina  zero (e molti paesi già in deflazione conclamata) e una produzione industriale in calo a fine giugno.

Una situazione che richiederebbe (richiederà) un'azione della Bce molto più aggressiva di quella vista finora sull'esempio di quanto fatto dalla Federal Reserve, dalla Bank of Japan e persino dalla Banca nazionale svizzera (che da due anni sta stampando moneta a pieni giri per non far rivalutare il franco), ma anche un cambio di registro nella politica fiscale repressiva chiesta in questi anni, accanto a "riforme strutturali" politicamente difficili e dagli esiti molto dubbi a medio-lungo termine (e purtroppo certamente recessivi a breve termine) come quelle che anche l'Italia rischia a settembre di vedersi "suggerire" dalla Ue.

In questo quadro è del tutto inevitabile che le banche continuino a restringere il credito, non solo perché debbono fronteggiare una crescita di incagli e sofferenze che solo ora mostra qualche segnale di rallentamento (ma che prosegue), ma anche perché la crisi della domanda interna scoraggia nuovi investimenti e dunque nuova domanda di credito (che comunque sarà valutata in modo molto più prudente che in passato ancora per molti trimestri). Inevitabile dunque prevedere anche ulteriori crisi aziendali e, purtroppo, nuovi fallimenti anche di marchi importanti.

Ma se il fallimento di una piccola o media impresa spesso è davvero l'evento terminale e dunque andrebbe in qualunque modo evitato per non depauperare ulteriormente un paese in cui la ricchezza è prodotta per il 70% da imprese con meno di 35 dipendenti, chi può godere di un buon patrimonio di know how e di un marchio conosciuto può avere un'alternativa a semplicemente bruciare sino all'ultimo il capitale per poi chiudere bottega, quella di cedere la proprietà ad un altro gruppo, europeo (italiano in particolare) o meno che sia. La riprova sembra venire da due marchi "storici" dell'industria automobilistica svedese, Volvo e Saab, tornati a vivere dopo un lungo periodo di crisi che ne aveva messo in forse la sopravvivenza.

Nel caso di Volvo, come ricordava un recente articolo di Le Figaro, il passaggio nel 2010 dal gruppo Ford (che nel 1999 aveva acquistato la divisione automobilistica, scissa dalle attività di produzione di mezzi pesanti, rimasti un produttore indipendente) alla cinese Geely per 1,8 miliardi di dollari ha significato passare attraverso una profonda ristrutturazione che però ha consentito all'azienda di mantenere un management (e una forza lavoro) in larga parte svedese. In rosso di 778 milioni di corone svedesi ancora nel primo semestre dello scorso anno, Volvo è tornata a registrare un utile di 58 milioni di corone nei primi sei mesi dell'anno corrente grazie alla possibilità, data dalla forza finanziaria di Geely, di investire nel rinnovamento della gamma.

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