A Wall Street e ai grandi mercati finanziari mondiali farà peggio il mercantilismo di Donald Trump o la conclamata incapacità di Mark Zuckerberg di evitare infrazioni della privacy degli oltre 2 miliardi di utenti attivi su Facebook? La risposta è meno scontata di quanto possa sembrare a prima vista, dato che, come nota il Wall Street Journal, dopo lo “scandalo” Cambridge Analytica l’intero settore high-tech americano corre il rischio di un pesante intervento regolatorio che potrebbe comprometterne la crescita futura. Questo a sua volta potrebbe indebolire la crescita negli Stati Uniti e non solo.

Un’ipotesi che spaventa gli investitori vista la reazione di Wall Street ieri (a fine giornata il Nasdaq ha ceduto l’1%, l’S&P500 circa mezzo punto, il Dow Jones lo 0,4%) e dei mercati asiatici (Tokyo -1,3%, Hong Kong -2,5%) ed europei stamane (Parigi -0,3%, Francoforte – 0,5%, Milano -1%). Che le incertezze per i titoli tecnologici possano generare una minore propensione a investire sull’azionario, quanto meno tatticamente in vista della fine del trimestre, è confermato anche dal fatto che i flussi in uscita si sono parcheggiati sui T- bond, riportando il tasso sul decennale sul 2,25% nonostante il recente rialzo dei tassi ufficiali deciso dalla Federal Reserve e la prospettiva di ulteriori rialzi nel corso dell’anno.
A pagare lo scotto maggiore di tutta questa vicenda è stato naturalmente il titolo Facebook, che ieri ha lasciato sul terreno un altro 4,9% ed è ormai a 152,22 dollari per azione (poco più di 442 miliardi di dollari di capitalizzazione), in calo del 15% in un mese e sempre più distante dal record storico di 193,09 dollari toccato a inizio febbraio. Ma anche gli altri “fang” hanno pagato dazio, con Apple a 168,34 dollari (854 miliardi di capitalizzazione), contro il record di 181,72 dollari del 12 marzo scorso, Amazon ridiscesa a 1.497,05 dollari (meno di 725 miliardi di capitalizzazione) rispetto ai 1.598,39 dollari toccati sempre il 12 marzo scorso), Alphabet (società cui fa capo Google) a 1.006,94 dollari (appena sotto i 700 miliardi di capitalizzazione) contro i 1.187,56 dollari di fine gennaio e Netflix a 300,69 dollari (130,5 miliardi di capitalizzazione circa), dai 331,44 del 9 marzo.
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La debolezza di Facebook dovrebbe in teoria favorire social media concorrenti, ma così non è almeno in borsa: Twitter, ad esempio, è calato a poco più di 28 dollari, ha perso solo nella seduta di ieri il 12%, dopo che la società di analisi Citron Research ha scritto che proprio “l’uccellino azzurro” è il social network più esposto a possibili regolamentazioni in tema di privacy e per questo ha consigliato di vendere il titolo allo scoperto.

Non sono peraltro solo i problemi di Zuckenberg a preoccupare gli investitori: la vicenda dell’auto sperimentale a guida autonoma di Uber che ha investito (e ucciso) una persona che attraversava fuori dalle strisce pedonali ha scosso il settore e pesato su Nvidia, produttore di microchip che ha annunciato la sospensione dei test della tecnologia che sta dietro all’auto senza guidatore.
La notizia era attesa ma questo non ha evitato che il titolo perdesse ieri quasi l’8% chiudendo a 225,52 dollari (con una capitalizzazione ridottasi a meno di 136,5 miliardi), circa un 10% al di sotto del picco di 250,48 dollari toccato appena il 16 marzo scorso. Il problema a monte è che i titoli high-tech Usa a fine febbraio pesavano il 25% dell’indice S&P500, come ha calcolato Morningstar facendo notare che una tale percentuale non si registrava dai tempi dell’esplosione della bolla della “new economy” a inizio 2000. Al momento, come denotano alcuni movimenti sul mercato delle opzioni, i grandi investitori istituzionali sembrano ancora propendere per la possibilità di un rimbalzo delle quotazioni dei tecnologici a stelle e strisce, ma nei prossimi mesi la situazione potrebbe cambiare.

Per chi ama il rischio, dunque, potrebbe essere il momento di approfittare dell’incertezza e puntare su azioni o fondi (o ETF) tecnologici, per tutti gli altri investitori è invece forse tempo di chiedersi se dopo tanti anni di continua crescita Wall Street e le altre borse mondiali non stiano mandando troppi segnali di irrequietezza per essere solo una fase passeggera.
Nonostante tutte le rassicurazioni, i mercati “orso” non hanno mai avuto la buona abitudine di farsi annunciare così da non causare perdite ad alcuno, anzi. La prudenza potrebbe dunque tornare ad essere una virtù, almeno quanto la capacità di tornare a “lavorare” sul proprio portafoglio, mettendo da parte la strategia del “cassettista” e cercando di sfruttare a proprio vantaggio la volatilità vista da tutti in crescita nei prossimi mesi per una serie di motivi, tra cui i rischi di nuove e più stringenti regole per il comparto tecnologico Usa, un comparto che del resto l’attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, non ha mai amato.
Luca Spoldi

