La scorsa settimana il presidente americano Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping si sono incontrati a Pechino dopo oltre nove anni. Un vertice osservato con grande attenzione dalla comunità internazionale, forse più rilevante sul piano simbolico che su quello sostanziale, ma comunque capace di riportare al centro il tema degli equilibri globali e della stabilità finanziaria, in un momento in cui i mercati guardano con crescente attenzione al ruolo dello yen come indicatore della liquidità internazionale.
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“Per anni la valuta giapponese”, sottolinea Michele Sansone, Country Manager di iBanFirst Italia, “ha rappresentato il principale carburante a basso costo per operazioni speculative e strategie di carry trade, grazie ai tassi ultra-bassi della Bank of Japan. Oggi però questo equilibrio si sta incrinando”. “La graduale normalizzazione della politica monetaria giapponese, unita all’aumento della volatilità sui titoli di Stato nipponici, sta mettendo sotto pressione un sistema finanziario globale fortemente dipendente dal finanziamento in yen”, ha aggiunto Sansone. “Tokyo è già intervenuta più volte per frenare il deprezzamento della valuta, arrivando secondo diverse stime a mobilitare quasi 10 trilioni di yen nelle ultime settimane, ma con risultati sempre più limitati”.
“Il problema è strutturale: i rendimenti americani restano elevati — con il Treasury decennale sopra il 4,4% e il trentennale oltre il 5% — continuando ad alimentare l’appeal del carry trade e aumentando al tempo stesso la fragilità delle posizioni a leva. In questo scenario, ogni accelerazione della volatilità sullo yen rischia di trasmettersi rapidamente ad altri asset, dall’azionario tech USA ai mercati obbligazionari e valutari”, ha sottolineato ancora l’analista.
“Per gli investitori il rischio principale è quello di entrare in una fase di equilibrio instabile: da un lato la Bank Of Japan procede troppo lentamente per sostenere davvero la valuta, dall’altro gli interventi governativi non sembrano sufficienti a invertire il trend. Il risultato potrebbe essere un’estate caratterizzata da maggiore volatilità sui cambi e da nuove tensioni sui mercati globali, proprio mentre Washington e Pechino cercano di ridefinire i rapporti economici e commerciali”, ha concluso Sansone.

