Danny Boyle torna nella Londra del 1969 e racconta la rivoluzione del The Sun, aprendo la kermesse cinematografica veneziana: sesso, scandali, titoli sparati e notizie trasformate in merce. Mezzo secolo dopo abbiamo aggiunto algoritmi, social e SEO. E forse abbiamo perfino peggiorato la ricetta.
Per noi che lavoriamo con le notizie, Ink è un film particolarmente difficile da guardare facendo finta che riguardi soltanto gli altri. Perché mentre Danny Boyle racconta Rupert Murdoch che nel 1969 prende un The Sun agonizzante e lo trasforma in una macchina da copie, viene spontaneo pensare che noi, cinquant’anni dopo, quella macchina l’abbiamo semplicemente collegata a Google Analytics.
Una volta il giornalismo aveva la cravatta, la pipa metaforica e la convinzione un po’ snob di sapere cosa fosse importante per il lettore. Poi arrivò Murdoch e pose una domanda meno filosofica: ma questa roba la compra qualcuno? Da lquel momento cominciò la festa.
Sesso, scandali e titoli: nasce il giornale che non chiede permesso
Murdoch, interpretato da Guy Pearce, affida a Larry Lamb, un ottimo Jack O’Connell, il compito di battere il Daily Mirror. La strategia non richiede un master alla Columbia: meno sermoni, più sesso; meno deferenza, più scandalo; meno “questioni fondamentali per il Paese”, più roba che la gente racconta al pub. E, accidenti, funziona.
Qui Boyle evita la morale da educande. Perché il nuovo Sun è inizialmente anche divertente, irriverente, persino liberatorio. Scopre una verità che molti direttori avrebbero preferito ignorare: il pubblico non sempre vuole leggere ciò che noi giornalisti riteniamo nobile fargli leggere. Murdoch colma quella distanza. Solo che per riempire il vuoto comincia a usare dinamite.
Murdoch aveva le copie, noi abbiamo le visualizzazioni
È qui che Ink smette di essere un film sul 1969 e diventa una riunione di redazione del 2026. Il Sun inseguiva le vendite? Noi inseguiamo click, engagement, tempo di permanenza, Discover e misteriosi dèi algoritmici ai quali sacrifichiamo ogni mattina un titolo.
“Terremoto a Buckingham Palace” magari significa che Carlo ha cambiato maggiordomo. “La confessione choc” spesso è una frase detta sei mesi prima. E il caro vecchio “Ecco cosa è successo” serve soprattutto a non dirvelo nel titolo.
Murdoch aveva capito una cosa fondamentale: l’attenzione vale denaro. Internet ha soltanto industrializzato il concetto fino a trasformare ogni notizia in un’esca e ogni lettore in un pesce da trattenere qualche secondo in più. Boyle racconta questa febbre con un montaggio nervoso, veloce, quasi compulsivo. La notizia successiva deve essere più forte della precedente. Esattamente come oggi, solo che allora almeno non c’era qualcuno a gridare in redazione: “Sta andando forte su Facebook!”.
Il problema non è sapere una cosa, ma decidere se pubblicarla
E qui arriva la domanda che Ink lascia sul tavolo: tutto ciò che è vero deve necessariamente essere pubblicato? Perché tra diritto di cronaca e voyeurismo esiste una linea. Il problema è che quella linea, quando arrivano copie, ascolti e visualizzazioni, tende misteriosamente a camminare.
Boyle forse avrebbe potuto affondare ancora di più il coltello e Claire Foy, nei panni della giornalista Jules Davies, meritava maggiore spazio. Ma il punto resta chiarissimo. Murdoch non ha inventato il cattivo giornalismo. Ha capito prima degli altri che informazione e spettacolo potevano dormire nello stesso letto. Noi, modestamente, ci abbiamo aggiunto l’algoritmo.


