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“Accordo Iran-Usa? È solo una tregua fragile. Nessuno si fida, c’è il rischio di instabilità permanente”

Lorenzo Noto, analista Limes, svela i retroscena dietro l’accordo tra Iran-Usa: “Manca fiducia e resta l’incognita nucleare. Per l’Italia rotte marittime ancora a rischio”

“Accordo Iran-Usa? È solo una tregua fragile. Nessuno si fida, c’è il rischio di instabilità permanente”

Usa-Iran, l’esperto: “Un accordo incompleto, c’è il rischio di una crisi continua”

In un contesto internazionale ancora altamente instabile, il fragile equilibrio tra Stati Uniti e Iran torna al centro dell’attenzione dopo la firma di un’intesa che, più che un accordo di pace, appare come una tregua costruita per congelare temporaneamente il conflitto. Tra negoziati a fasi, nodi ancora irrisolti sul nucleare e tensioni regionali che restano aperte, il quadro che emerge è quello di una stabilizzazione solo parziale e potenzialmente reversibile.

Le dichiarazioni che accompagnano il dossier evidenziano letture profondamente divergenti: da un lato Washington che rivendica un successo diplomatico, dall’altro Teheran che parla di vittoria della propria capacità di resistenza. Sullo sfondo restano questioni strategiche cruciali, dalle rotte energetiche dello Stretto di Hormuz alla tenuta dell’intero sistema di sicurezza mediorientale, in un contesto in cui la fiducia reciproca tra le parti appare ancora estremamente fragile.

A fare il punto è Lorenzo Noto, consigliere redazionale di Limes e studioso di geopolitica del Mediterraneo, che ad Affaritaliani analizza la natura dell’accordo, i suoi limiti strutturali e i possibili sviluppi nei prossimi mesi.

Questo accordo può durare o è solo una tregua temporanea?

“Si tratta di una tregua, e per giunta sorvegliata: non siamo ancora davanti a un vero accordo di pace, ma a un meccanismo per congelare il conflitto e rinviare le decisioni più difficili. Il vicepresidente americano ha spiegato che il documento firmato è “di una pagina e mezzo” e non contiene i dettagli operativi dell’intesa: quindi una cornice, non un accordo compiuto. I negoziati si svilupperanno in due fasi: nella prima si affronteranno Hormuz, il blocco navale e la ricostruzione; nella seconda nucleare e sanzioni, rimandati a un accordo finale ancora tutto da costruire. Nell’immediato si fermano le ostilità, ma restano aperti tutti i nodi strategici. Le narrazioni restano profondamente divergenti: Washington parla di successo diplomatico, Teheran di vittoria della resistenza. Due letture incompatibili che rendono l’intesa fragile sul piano regionale. Il punto decisivo resta la fiducia reciproca: dopo il precedente del 2018 e il conflitto recente, nessuna delle due parti si fida davvero dell’altra. E senza fiducia, l’accordo può reggere solo finché conviene”.

Trump esce da questa crisi da vincitore o da sconfitto? È un accordo di facciata?

“Trump esce da questa crisi come uno sconfitto che ha bisogno di raccontarsi vincitore. Non si è verificato né il cambio di regime promesso né una reale destabilizzazione interna in Iran. Teheran ha resistito agli attacchi, mantenendo la propria capacità di influenza regionale e continuando a incidere sulle rotte strategiche globali, con effetti che si sono riflessi anche oltre il Medio Oriente. Il risultato concreto per gli Stati Uniti resta limitato: un ritorno, se va bene, alla situazione precedente al conflitto, ma con un Iran che conserva leve importanti su Hormuz. L’accordo ha anche una forte funzione comunicativa, costruita per il pubblico interno americano e per esigenze politiche ed elettorali, cosa che spiega la fretta e alcune forzature. Il vero nodo è strategico: si indebolisce la credibilità degli Stati Uniti come garante della sicurezza regionale, con conseguenze che riguardano direttamente anche Europa e Italia”.

Quali sono i principali nodi ancora da sciogliere tra Stati Uniti e Iran?

“Il nodo dei nodi è il nucleare. La garanzia di sicurezza che l’Iran cercava era il nucleare e chiedergli di rinunciarvi significa chiedergli di consegnare ciò che considera la sua ultima assicurazione sulla vita. Per giunta una parte della dirigenza iraniana è sempre più convinta che l’unica vera garanzia di pace duratura sia possedere la Bomba, non rinunciarvi.  Il secondo nodo riguarda il sostegno ai gruppi del cosiddetto asse della resistenza. Sarebbe un risultato enorme per Teheran conservare intatta la propria profondità strategica, ed è esattamente ciò che Israele considera inaccettabile, che da anni pretende di legare il dossier nucleare, quello missilistico e quello dei proxy. Qui non c’è uno spazio negoziale, c’è una contraddizione frontale, e Israele ad oggi non è disposto ad accettare un accordo in cui questo nodo non sia chiarito. Netanyahu ha prima incassato e poi rilanciato, sostenendo che il nodo nucleare sarà sciolto solo quando sarà attestato che l’Iran non avrà armi nucleari, e soprattutto che l’Idf resterà a tempo indeterminato in Libano, Siria e a Gaza. Araghchi ha dichiarato che la prosecuzione dell’occupazione israeliana del Libano sarà considerata una violazione del memorandum, e che Teheran non accetterà nuovi attacchi. Teheran vuole che la tregua libanese sia parte integrante dell’accordo. Questo è un nodo che nessuno dei firmatari controlla. Il Libano è il primo laboratorio in cui l’intera impalcatura di questa tregua può incrinarsi”.

Nei prossimi 60 giorni, quali segnali dovremo osservare per capire se la pace reggerà davvero? Cosa dobbiamo aspettarci?

“I prossimi 60 giorni vanno letti come la prima fase di una sequenza che dirà se la tregua sarà stabile o una crisi intermittente. La firma di venerdì a Ginevra, con Trump assente e sostituito da Vance, segnala già la prudenza della Casa Bianca. Sul piano operativo, pesa la missione per lo sminamento di Hormuz: cinque Paesi e dodici navi, con l’Italia pronta a contribuire. Ma il quadro resta incerto e pieno di condizioni non esplicite. La sicurezza dei contingenti dipende dallo “scudo” radar americano, rendendo l’Europa di fatto ancora legata alle decisioni di Washington. Quanto a cosa aspettarsi, il rischio principale è che nonostante un accordo di massima, nel medio-lungo periodo si prospetti una condizione pre-bellica permanente, cadenzata da tregue brevi o lunghe che serviranno solo a prepararsi ai round successivi. Per noi la posta è materiale, non emotiva. Una guerra a bassa intensità, con Hormuz e Bab el-Mandeb che si aprono e si chiudono a intermittenza, è uno degli scenari più critici per l’Italia, che dipende da quelle rotte. Se davvero gli Stati Uniti non garantissero più la libera navigazione degli stretti, sarebbe un cambiamento storico che impone uno sforzo politico e diplomatico maggiore per la sicurezza di questi quadranti. L’Italia non dovrebbe limitarsi al supporto operativo, ma partecipare ai tavoli negoziali da cui oggi l’Europa è ai margini”.

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