La guerra in Iran è finita, firmato l’accordo ufficiale nella notte. L’atto formale avverrà a Ginevra il prossimo venerdì con la stretta di mano che sancirà la fine del conflitto. A leggerla così sembra che sia tutto davvero finito, ma purtroppo non è questa la realtà. Nel documento firmato, infatti, si rimanda la decisione finale a 60 giorni e il nodo è l’uranio. Una questione non di poco conto. Sia Trump che Mojtaba Khamenei infatti, da una parte vogliono chiudere subito la partita, ma dall’altra puntano anche a dichiarare di aver vinto. Quindi, non si tratta di un accordo vero e proprio, ma di un biglietto d’ingresso alla fase due che mette nero su bianco il minimo comune tra gli avversari: la riapertura dello Stretto di Hormuz, la revoca del blocco americano sui porti iraniani, l’estensione per altri sessanta giorni della tregua firmata ad aprile. Da venerdì, però inizierà la vera partita.
Il nodo è appunto l’uranio. Washington – riporta Il Corriere della Sera – ha chiesto vent’anni di sospensione dell’arricchimento, Teheran ne ha offerti cinque, il punto d’incontro starà nel mezzo, forse dieci. Gli ayatollah si impegnerebbero a non oltrepassare la soglia del combustibile civile, lontana da quel 90 per cento che serve a una bomba, e a consegnare i suoi quattrocentocinquanta chili di uranio arricchito al 60, diluiti e sorvegliati dagli ispettori dell’Agenzia atomica.
Trump punta a un “performance base deal”. Si tratta di un accordo basato sulle prestazioni . Nel caso dell’intesa tra Stati Uniti e Iran sulla fine dell’attuale conflitto prima Teheran dovrebbe consegnare il suo uranio arricchito, riaprire lo Stretto di Hormuz — cioè non minacciare più interventi armati — e interrompere i finanziamenti alle milizie della galassia sciita. Poi, i benefici per l’Iran: sanzioni tolte e fondi all’estero scongelati. Gli uomini di Mojtaba Khamenei pretendono che si sblocchino i ventiquattro miliardi congelati all’estero, ma forse dovrà accontentarsi solo della metà.

