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Afghanistan, dopo la tragedia ecco lo tsunami migranti. Italia a picco?
(foto Lapresse)

Afghanistan, dopo la tragedia ecco lo tsunami migranti. Italia a picco?

Le discussioni nella Ue e specificatamente in Italia sulla tragedia dell’Afghanistan e sulla imminente crisi migratoria riporta d’attualità il monito del cardinale Pappalardo ai funerali del generale Dalla Chiesa: “Dum Romae consultur, Saguntum expugnatur”, mentre Roma discute Sagunto viene espugnata. I soliti bla-bla, scontati quanto inutili come le promesse di Biden dopo i gravissimi errori strategici degli americani e degli alleati sull’intera vicenda: “Riporteremo a casa tutti gli americani” mentre a Kabul il ponte aereo è in pieno caos e ovunque dilaga il terrore della resa dei conti dei talebani che mettono anche le mani negli arsenali Usa.

 "Chiedo a tutti i Paesi che hanno partecipato alla missione in Afghanistan, europei e non, di offrire abbastanza quote per i reinsediamenti e percorsi sicuri, in modo che si possa garantire rifugio a quanti ne hanno bisogno. Siamo pronti ad aiutare gli Stati membri dell'Ue" che accoglieranno. Ha spiegato la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, annunciando che porra' il tema dei "reinsediamenti al G7

Sullo sfondo c’è già l’ombra del dragone cinese che si gonfia il petto e gode di fronte alla debacle Usa e dell’Occidente, pronto a ghermire la preda: un replay di quanto già visto in altre importanti  realtà, specie nell’Africa centrale. Oggi Kabul, domani Taipei, poi chissà a chi tocca, anche se l’elenco è già pronto. Si teme, realisticamente, l’effetto domino, con il disimpegno Usa in Asia e Medio Oriente, per non parlare dell’Africa. A Taiwan già temono il peggio: “Dobbiamo essere pronti a difenderci da soli dalla Cina”, un appello che la dice lunga sullo stato della fiera. In Italia l’occasione è buona per riaprire fra i partiti le solite beghe da pollaio. Il premier Draghi, per ora, tiene la barra diritta, ancorandosi all’Europa con un ruolo di “indirizzo politico”.

Altro discorso per il M5S, partito di governo che esprime il ministro degli Esteri, il più forte partito in Parlamento, lacerato, con la sbandata della “linea afghana” di Conte dovuta al peso dell’ala filo-cinese dei grillini. C’è poi la solita sinistra con il solito Pd che insiste sul refrain: “La democrazia non si può esportare”.  Ci si dimentica che gli Usa (la Nato) erano rimasti in Afghanistan per 20 anni per combattere il terrorismo dopo gli attacchi di al-Qaeda alle Torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001 che causarono direttamente 2.997 morti, le sue conseguenze militari e geopolitiche centinaia di migliaia di più, destabilizzando l’intero occidente: la crisi finanziaria mondiale, le rivoluzioni arabe, l’emergenza migratoria e, dal 2020, la pandemia da Covid-19 di cui ancora non si conoscono le cause e dalla quale non si è ancora fuori. Non si trattava, infatti, solamente di terrorismo ma di un atto di guerra che portò l’amministrazione Bush a programmare e gestire l’attacco militare preventivo verso i mandanti ed esecutori di tali atti e contro chiunque minacciasse la sicurezza delle democrazie occidentali. Su queste basi, già dieci giorni dopo la tragedia delle Torri gemelle, il 21 settembre 2001 il Consiglio Europeo si riunì a Bruxelles prendendo congiuntamente (UE e Nato) tutte le misure di carattere politico, istituzionale, legislativo, giudiziario, militare che, pur con errori e limiti, hanno contribuito a dare una risposta al terrorismo. Poi si può discutere all’infinito sul concetto di “liberazione con le armi” ma basterebbe tornare all’intervento militare USA in Europa nella seconda guerra mondiale per salvare il mondo dal nazismo e capire che le chiacchiere lasciano il tempo che trovano.

Gli accordi di Doha anticipatori del ritiro degli USA dall’Afghanistan sono stati carta straccia: i talebani non si sono dissociati dal terrorismo anti-Usa e anti occidente, non hanno trattato con il governo di Kabul, rovesciandolo, hanno liberato dalle prigioni di massima sicurezza terroristi e delinquenti di ogni risma soffiando sul fuoco del “mito” Jihadista, usando la clava all’interno contro i dissidenti e pronti a destabilizzare di nuovo Usa ed Europa. In questo quadro a dir poco drammatico, c’è, pronta ad esplodere, la bomba dell’esodo afgano, con il rischio di un replay della crisi migratoria del 2015/16 con oltre un milione di fuoriusciti dal Medio Oriente verso l’Europa.

Oggi, quel milione di persone, potrebbe moltiplicarsi, forse addirittura toccando i cinque milioni. Il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli (Pd) chiede di accogliere in Europa “distribuiti equamente”  i rifugiati afgani che fuggono dal nuovo regime. Gli fa eco Enrico Letta che avvia la mobilitazione del Pd per dare asilo ai rifugiati in Italia (nelle sezioni di partito?) lanciando la sottoscrizione (“A cominciare da dirigenti e parlamentari”) per le Ong che restano nel Paese. A pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Il rischio vero è che, ancora una volta, al di là delle promesse degli altri Paesi e della demagogia dei nostri partiti, la marea dei nuovi rifugiati, fra cui sicuramente anche terroristi, si riverserà sull’Italia. Uno tsunami che può far colare a picco il Paese.  

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