Paniccia: “Pechino si prende la Siberia: la Russia ha perso l’Asia”
Mentre i riflettori globali restano puntati sulle dinamiche del conflitto in Ucraina e sulle crescenti tensioni tra Occidente e autocrazie, l’asse tra Mosca e Pechino continua ad affascinare e ad allarmare le cancellerie internazionali. Un’alleanza in apparenza inscalfibile ma attraversata da storiche diffidenze, asimmetrie economiche e striscianti ambizioni territoriali sulle imminenti ricchezze della Siberia.
La convergenza contro il modello democratico e la “yuanizzazione” dell’economia russa delineano un blocco antiamericano destinato a spostare definitivamente il baricentro geopolitico mondiale verso l’Asia. Ma quali sono i reali rischi per la Russia nel lungo periodo? E quanto conta davvero il fattore tempo nel sottile gioco di supremazia che vede Pechino espandere la propria influenza sui territori orientali di Mosca?
A fare chiarezza è Arduino Paniccia, analista di strategia militare e geopolitica, nonché fondatore e presidente della Scuola di Guerra Economica e Competizione Internazionale di Venezia (ASCE), che ad Affaritaliani analizza le radici profonde e le prospettive future dell’intesa russo-cinese: “Nelle alterne e altalenanti relazioni tra Cina e Russia esiste un filo conduttore che rende le due potenze alleati indispensabili, spesso loro malgrado: la crescente avversione che li unisce contro l’Occidente e il comune destino autocratico”.
Oggi tra Russia e Cina l’alleanza appare inscalfibile, ma quanto conviene quest’abbraccio con Pechino a Mosca?
“La Russia di oggi non è certo quella zarista che, nel 1856, impose al Celeste Impero, in piena fase declinante, il confine attuale, frutto di scontri armati e di una continua politica di aggressione territoriale, soprattutto nelle aree di Balkash e dello Xinjiang. Non era solo una politica aggressiva russa, dato che le potenze occidentali seguivano la linea di spoliazione del vetusto impero, cannibalizzandolo.
Ma occorre evidenziare, a mio parere, come nelle alterne e altalenanti relazioni tra Cina e Russia esista un filo conduttore che rende le due potenze alleati indispensabili, spesso loro malgrado. Tale filo è, nonostante le forti divergenze e i contrasti secolari, spesso proprio territoriali e confinari, la crescente avversione che li unisce contro l’Occidente e il comune destino autocratico, nonché l’evidente diffidenza verso tutti i valori democratici e liberali.
Questi due elementi rendono oggi necessario mantenere ad ogni costo l’“amicizia imprescindibile”, come l’ha definita lo stesso Vladimir Putin, superando così i vecchi contrasti secolari, il confine ipermilitarizzato degli anni ’50 e ’60 e la fortissima diffidenza, nonostante la firma, dopo la Seconda guerra mondiale, tra Stalin e Mao, del “Trattato di amicizia e di alleanza” e la drammatica crisi del 1969.
Solo nel ‘91 le due potenze, che stavano entrambe cambiando profondamente la propria fisionomia e il proprio assetto, ripresero contatti veri e implementarono gli scambi economico-commerciali. Il mondo viveva una nuova era, che avrebbe portato all’implosione e alla scomparsa dell’URSS e la Cina a essere la fabbrica del mondo. Nel 2001 la cooperazione economica strategica riprese.
Putin volle fortemente un nuovo Trattato di Amicizia e Buon Vicinato. Poco dopo si costituiva la SCO, l’Organizzazione di Shanghai, destinata a rafforzare sicurezza e cooperazione militare.
Putin ha, nel ventennio successivo, “normalizzato” la Cecenia, combattuto a fianco di Assad, attaccato l’Ucraina. Potremmo dire che la Russia ha scelto un inedito ruolo di poliziotto cattivo; la Cina, invece, ha proseguito sulla strada del soft power e con il grande progetto della Via della Seta, senza peraltro abbandonare mai, nonostante i tentativi americani in tal senso, l’alleato.
Per il momento le vicende ucraine non hanno ancora provocato rotture in questo accordo, ma è evidente che la posizione più difficile, instabile e pericolosa è, nel futuro, quella di Putin, certo non quella del Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi”.
Molti analisti non mancano di sottolineare come e quanto la Siberia, con i suoi territori sconfinati e le sue immense ricchezze naturali, attragga Pechino. Un’attrazione che potrebbe diventare anche di tipo territoriale?
“Dobbiamo intanto capire cos’è la Siberia. È uno spazio territoriale enorme, esteso dagli Urali all’Oceano Pacifico, delimitato a nord dall’Artico, a sud da varie catene montuose e a sud-est da fiumi che hanno segnato la storia di questo immenso spazio: Argun, Amur e Ussuri.
Parliamo di un’area immensa, più di 15 milioni di chilometri quadrati, con poco più di 35 milioni di abitanti, che ospita il 70 per cento dei giacimenti naturali russi. Un territorio estremo da cui fuggono ogni anno circa 200mila persone, nonostante le ricchezze minerarie, dall’oro ai diamanti, alle terre rare, al gas e al petrolio. Mosca ha sempre trascurato queste terre e le città sovietiche abbandonate sono i veri fantasmi della Siberia.
Non c’è dubbio che l’interesse cinese verso la Siberia, negli ultimi anni, sia cresciuto. Almeno 30 milioni di cittadini cinesi, in questa situazione di decadenza e abbandono, si dicono oggi pronti a trasferirsi in Siberia, secondo una ricerca riservata del governo di Pechino. Vorrebbero stabilirsi in questa regione per avviare piccole attività imprenditoriali, creare piccole aziende, anche agricole.
Negli ultimi venti anni questa tendenza è emersa chiaramente e le autorità siberiane non nascondono un certo timore per un arrivo in massa dei cinesi, specie per l’impatto che potrebbe avere in una regione ancora in gran parte incontaminata: dall’uso dilagante dei pesticidi ad altre forme invasive di alterazione del territorio, diciamo così.
I cinesi che dalle province confinanti si sono trasferiti in Siberia, in terre incolte, creando aziende agricole e artigianali e piccole industrie, sono ancora un numero limitato, circa un milione. Un numero non preoccupante, ma già oggi il 25% delle terre coltivabili in Siberia è in mano ai cinesi o a società miste russo-cinesi, in cui però i cinesi hanno la maggioranza o la delega alla gestione.
Con la legge sull’affitto delle terre disabitate, la Russia ha cercato di mascherare il fenomeno, di salvare la faccia: questa sottile invasione è concordata all’interno dell’Organizzazione di Shanghai, tra Mosca e Pechino. Ma è la Cina ad avere la supremazia, anche se diplomaticamente Pechino evita tuttora di fare cenni al gran numero di territori sottratti dagli zar al Celeste Impero.
A parte tutto, però, anche i cambiamenti climatici potrebbero giocare a favore di un’eventuale invasione cinese della Siberia: oggi molti più terreni che in passato sono sfruttabili sul piano agricolo, anche per la soia e il mais.
Poi, l’interscambio economico-commerciale tra i due Paesi ha toccato livelli inimmaginabili, con la yuanizzazione dell’economia russa divenuta pressoché totale, anche per via delle sanzioni economiche e finanziarie attuate dall’Occidente. Un fenomeno visibile in Siberia, ma destinato a continuare in Russia anche negli anni dopo la fine del conflitto in Ucraina.
La Siberia, d’altra parte, ha anche ospitato, nel 2018, la più grande esercitazione mista dei due eserciti, russo e cinese. Un qualcosa di immenso, la prova d’orchestra per la successiva invasione dell’Ucraina, anche se passata sotto traccia in Occidente, che coinvolse ben 300mila uomini, con migliaia di mezzi, tra blindati, aerei e navi. È stato il simbolo della rinata alleanza russo-cinese, oggi ancora in piedi, ancora in modo saldo”.
E comunque, da questa relazione speciale sembra essere nato un blocco mondiale antiamericano…
“Al di là di tutto, non si può non concludere l’analisi del complesso rapporto Russia-Cina senza considerare il conflitto in Ucraina, che ha spostato il baricentro della Federazione Russa da un legame vago con l’Europa a un rapporto saldissimo con l’Asia.
L’immensa regione dell’Indo-Pacifico punta a divenire la più estesa area tecnologica mondiale, sotto la guida di Pechino, per la fornitura di servizi digitali globali, fondamentali per l’uso dell’intelligenza artificiale. È la Cina, però, che si appresta a diventare il più grande concorrente di Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti.
L’inarrestabile espansione russa, da Pietro il Grande in poi, è decisamente terminata. Col tempo i confini, da blindati, si sono evoluti in una porosa frontiera. Una frontiera ancora tutta da definire, sia a ovest, verso l’Europa, che a est, verso l’Asia, specie dopo l’Organizzazione di Shanghai, che è ormai una vera alleanza anche militare, una sorta di anti-NATO, in effetti.
Bisognerà attendere la fine della guerra in Ucraina per capire meglio cosa sarà la nuova Russia, se dovremo parlarne in termini di Asia occidentale. Il futuro è ancora tutto da scoprire”.


