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Esteri
Cercasi il successore di Khamenei. Futuro pieno di incognite per l'Iran

Annalisa Perteghella

 


Di lui c’è chi dice che aspiri a essere il terzo leader politico iraniano a morire “in carica”, dopo Mozafareddin Shah (1896-1907) e Ruhollah Khomeini (1902-1989)(1). Di sicuro vi è che mai come oggi la Guida Suprema della Repubblica islamica, Ali Khamenei, sembra dover fare i conti con l’approssimarsi della conclusione della sua lunga carriera politica. Per quanto la precarietà delle condizioni di salute del leader sia evidente fin dal 1981, anno del suo ferimento in un attentato presumibilmente a opera dei Mojahedin-e-Khalq, mai come in quest’anno essa è parsa accentuarsi. Le fotografie di Ali Khamenei in un letto d’ospedale, fatte artatamente trapelare lo scorso settembre dai fini comunicatori della Repubblica islamica, se da una parte hanno servito lo scopo di rassicurare, prima che la popolazione, i diversi azionisti del regime(2), dall’altra hanno agito da potente memento mori, nonché da stimolo alla riflessione sulle incognite del dopo-Khamenei.
 
La prima di queste incognite è rappresentata proprio dal successore: come verrà scelto? A seguire, è utile domandarsi: chi sarà? Quali conseguenze avrà questa scelta per il futuro della Repubblica islamica e per le relazioni dell’Iran con i paesi della regione  e con il resto del mondo? In questa sede ci si limiterà a formulare alcune riflessioni utili a trovare la risposta alla prima domanda, coscienti del fatto che da essa discendano importanti conseguenze per le risposte alle ultime due.
 
Per quanto la previsione del futuro rimanga un esercizio a noi precluso, è possibile formulare alcune ipotesi a partire da ciò – poco, in realtà, - che si sa a proposito dell’opaco sistema di potere che regge la Repubblica islamica.
 
L’organo incaricato di scegliere il leader è l’Assemblea degli esperti(3), una sorta di Consiglio superiore composto da 86 religiosi eletti dalla popolazione, dopo che i candidati sono stati opportunamente vagliati dal Consiglio dei guardiani. Le prossime elezioni dell’Assemblea, inizialmente previste per il 2012, sono state rimandate al 2016; l’Assemblea che uscirà dalle urne – che rimarrà in carica fino al 2024 – sarà dunque con ogni probabilità quella che eleggerà il successore di Khamenei. La composizione dell’Assemblea in termini di orientamento ideologico sarà pertanto cruciale nel determinare la scelta del leader. Con una doverosa precisazione: finora l’Assemblea è stata chiamata a esercitare questa funzione una sola volta, nel 1989, quando elesse Khamenei. In quel caso, però, parve trattarsi di una ratifica più che di una vera e propria scelta. Venuto meno il leader designato, il “delfino” Hossein Ali Montazeri(4), ad agire per la promozione di Khamenei da presidente della repubblica (1979-1989) a  Guida suprema pare essere stato Hashemi Rafsanjani. Quest’ultimo, preparandosi a diventare presidente della repubblica, sarebbe stato mosso, secondo gli osservatori, dalla volontà di favorire l’insediamento nella posizione di Guida suprema di un uomo non troppo potente né troppo carismatico, quale era allora Ali Khamenei(5), che gli avrebbe permesso di avere un agile spazio di manovra per un tentativo di apertura del sistema in chiave economica-tecnocratica.
 
Nell’eventualità in cui non si ravvisi l’esistenza di un faqih “giusto e pio, conoscitore della propria epoca”, così come dotato di “abilità amministrativa” e di altre caratteristiche elencate negli articoli 5 e 109 della Costituzione della Repubblica Islamica(6), l’Assemblea degli esperti ha facoltà di nominare un Consiglio direttivo composto da religiosi che dispongono dei necessari requisiti, predisponendo dunque una leadership di tipo collegiale.
 
In realtà, al momento quest’ultima possibilità pare alquanto remota, principalmente a causa del fatto che la molteplicità di fazioni politiche e di centri di potere rende difficile immaginare la creazione di un organo collegiale in grado di dettare l’indirizzo della Repubblica islamica in maniera armoniosa. Ciò detto, è difficile immaginare al momento chi sarà il prescelto, e tuttavia è necessario fare due ulteriori considerazioni.
 
In primo luogo, di chiunque si tratti, dovrà essere una figura in grado di accontentare le diverse forze politiche e i diversi centri di potere. Per questo motivo sarà utile guardare al 2015 come all’anno cruciale in cui avverranno i riallineamenti tattici e si preparerà il campo affinché le diverse fazioni politico-ideologiche riescano a imporre il proprio candidato. Sarà cruciale, quindi, osservare l’evolvere della relazione tra il tecnocrate Rouhani e il Corpo dei guardiani della Rivoluzione Islamica, così come sarà utile tenere d’occhio l’ala religiosa più radicale, che vede nell’ayatollah Taqi Mesbah Yazdi la propria figura di riferimento. In secondo luogo, un’evidenza anagrafica salta agli occhi nel guardare ai possibili candidati: la generazione dei “figli della rivoluzione”, coetanei di Khamenei e partecipanti attivi all’edificazione della Repubblica islamica, sta andando esaurendosi. Il tentativo di favorire il ricambio generazionale avviato con l’elezione di Mahmoud Ahmadinejad non sembra aver dato per ora i frutti previsti. La “generazione del fronte”, la seconda generazione ideologizzatasi negli anni della guerra con l’Iraq (1980-1988) sembra eccessivamente sbilanciata verso le istanze radicali necessarie ad assicurare la sopravvivenza di un sistema perverso che lega a doppio filo settori militari e interessi economici, in contrasto con la necessità di apertura e liberalizzazione del sistema economico predicate dalla fazione più pragmatica, ma anche in contrasto con la necessità di salvare la natura islamica della Repubblica, leit motiv degli ambienti religiosi.
 
Una prima indicazione della conformazione degli equilibri di potere verrà proprio nel 2015 dalla designazione del Presidente dell’Assemblea degli esperti. Dopo la morte, lo scorso ottobre, dell’ayatollah Mohammad Reza Mahdavi Kani, che la guidava dal 2011, la presidenza ad interim è stata assunta dall’ayatollah Mahmoud Shahroudi. Proprio le quotazioni di quest’ultimo per la presidenza “ordinaria” dell’Assemblea sembrano essere in ascesa, in corrispondenza con l’incombere del problema della successione a Khamenei. Di Shahroudi si è recentemente parlato come del più probabile candidato iraniano al ruolo di marja-e taqlid dopo la morte dell’attuale marja, l’ayatollah Ali al Sistani. Shahroudi, nato in Iraq ma entrato nei ranghi della Repubblica islamica iraniana dopo la rivoluzione, ricoprendo poi il ruolo di capo del sistema giudiziario dal 1999 al 2009, ha recentemente aperto un ufficio a Najaf – l’attuale sede della marjayyat - e soprattutto è uno tra i pochi religiosi sciiti di alto rango a sostenere la dottrina del velayat-e faqih, discrimine fondamentale dal momento che questo differisce dalle posizioni di Sistani. Per quanto molto remota – l’ascesa dei marja rimane un processo informale e opaco(7) – già solo il fatto che Shahroudi sia l’uomo su cui punta Teheran per un ruolo di tale rilevanza, è indicativo della sua importanza e considerazione all’interno della Repubblica Islamica.  A suo svantaggio, tuttavia, giocherebbero le sue origini irachene, e dunque arabe, non persiane.
 
Ulteriori candidati al ruolo di presidente dell’Assemblea degli esperti sarebbero – seppur ancora in maniera informale – l’onnipresente Rafsanjani, che ha già ricoperto questo ruolo nel periodo 2007-2011 ma che, oltre a essere giunto ormai alla soglia degli 80 anni, difficilmente otterrà una riconferma da parte di Khamenei; l’ayatollah conservatore Ahmad Jannati, ottantottenne presidente del Consiglio dei guardiani; l’ayatollah ultra-radicale Taqi Mesbah Yazdi, 80 anni, membro dell’Assemblea degli esperti ma dalle visioni troppo estremiste per riuscire a catalizzare il consenso necessario. Vi sarebbero poi gli “uomini di Khamenei”, legati da vincoli di fedeltà al rahbar costruiti negli anni e in apparenza saldissimi. Si tratta ad esempio dei fratelli Larijani, figli dell’ayatollah conservatore Javadi Amoli: Mohammad Javad, il figlio maggiore, figura poliedrica che ha ricoperto diverse posizioni all’interno della Repubblica islamica, Ali, l’attuale speaker del parlamento, nonché capo negoziatore per il nucleare nel periodo 2005-2007, e infine il più giovane, il religioso Sadeq, dal 2009 a capo del sistema giudiziario. Solo quest’ultimo potrebbe, per via delle necessarie credenziali religiose, aspirare alla presidenza dell’Assemblea degli esperti (della quale è membro dal 1998); gli altri due fratelli potrebbero però avere importante voce in capitolo dietro le quinte, andando a rinforzare le istanze della fazione più allineata alla Guida attuale.
 
Le lotte dei diversi centri di potere per eleggere il proprio candidato alla presidenza dell’Assemblea degli esperti saranno probabilmente un anticipo, seppure su scala minore, della competizione per la scelta della prossima Guida Suprema. Sarà un passaggio cruciale, quello della successione a Khamenei, sul quale si misurerà lo stato di salute della Repubblica islamica. Se sulla promozione di Khamenei al rango di Guida Suprema – nonostante lo snaturamento dell’essenza religiosa del faqih – influiva ancora in maniera positiva l’aura del carisma di Khomeini, che avrebbe accordato il proprio consenso alla promozione dell’allora presidente, è difficile fare ipotesi sulla legittimità del prossimo leader. Per questo motivo sarà cruciale il modo in cui la scelta avverrà. Pur rimanendo nel campo delle ipotesi, tale processo di negoziazione conferma la natura sempre più politica e sempre meno religiosa della figura del rahbar, oltre che un’ulteriore prova dell’enorme difficoltà dell’istituzionalizzazione del carisma del fondatore della Repubblica islamica. 
 

 

 


1. Di Khomeini, però, si suppone che negli ultimi tre anni di vita – dal 1986 al 1989 – abbia fatto le veci il figlio Ahmad, suo Chief of staff. La salute dell’ayatollah sarebbe stata infatti pesantemente compromessa da una serie di infarti che ne avrebbero minato oltre che il fisico le capacità di agire nel pieno delle proprie facoltà. In questo senso, la rivelazione pubblica dei problemi di salute di Ali Khamenei, per quanto “downplayed” dagli organi di comunicazione ufficiali della Repubblica Islamica, segna una differenza rispetto all’opacità che ha circondato la salute di Khomeini fino alla sua morte. Ulteriore differenza tra le due guide, sempre a questo proposito, è il ruolo assunto dai figli; mentre Ahmad Khomeini ha esercitato un ruolo attivo e ben in vista per tutto il decennio khomeinista, affiancando il padre nei momenti topici anche quando quest’ultimo era ancora in salute, per Mojtaba Khamenei non sembra esservi all’orizzonte una opportunità simile. Sebbene Mojtaba sia membro non ufficiale della Bayt-e Rahbari (“Casa del leader”, l’apparato organizzativo-burocratico che supporta l’azione politica di Khamenei), Ali Khamenei sembra riluttante nel conferire a membri della propria famiglia incarichi al vertice. A pesare nel calcolo politico di Khamenei potrebbe essere anche il fatto che Mojtaba, oltre ad avere scarsa statura religiosa all’interno della gerarchia del clero sciita, si distingua per posizioni particolarmente radicali, che potrebbero mettere a rischio la politica della flessibilità adottata da Khamenei per destreggiarsi tra le diverse fazioni e bilanciare i differenti centri di potere al fine di garantire la stabilità della propria posizione e della Repubblica islamica. 
 
2. "Ayatollah Khamenei’s media team live-blogs his surgery", Al Monitor, 9 settembre 2014
 
3. Art. 107, Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran
 
4. Sull’esclusione “politica” dell’ayatollah Hossein Ali Montazeri si veda E. Hooglund, "The search for Iranian moderates", MERIP, vol.17, Gen./Feb. 1987. 
 
5. Se oggi, a distanza di venticinque anni dalla promozione di Ali Khamenei al rango di Guida Suprema, è possibile ravvisare la stessa mancanza di carisma – che del resto pare essere una caratteristica innata, non di certo atta a comparire dopo anni – altrettanto non si può dire della mancanza di potere. Non disponendo di solide credenziali religiose che ne sancissero e legittimassero l’autorità, per tutelare la propria posizione Khamenei si è dedicato alla costruzione di una fitta rete di relazioni clientelari, soprattutto con rappresentanti del blocco di potere militare, che ne hanno accresciuto in maniera esponenziale il potere politico.
 
6. Art. 5: «Durante il tempo in cui il Dodicesimo Imam (possa Dio accelerare la sua ricomparsa) rimane in occultazione, nella Repubblica Islamica dell’Iran la tutela degli affari e l’orientamento del popolo sono affidati alla responsabilità di un giurista giusto e pio, conoscitore della propria epoca, coraggioso, dotato di energia, di iniziativa e di abilità amministrativa, che la maggioranza della popolazione riconosca ed accetti come propria Guida. Nel caso in cui nessun giurista esperto di Diritto islamico ottenga tale riconoscimento maggioritario, le responsabilità sopra esposte saranno affidate ad un Consiglio Direttivo composto di giuristi dotati dei requisiti già elencati, in conformità all’Articolo 107»; Art.109: «I requisiti essenziali e le qualifiche della Guida o dei Membri del Consiglio Direttivo sono i seguenti: a) competenza scientifica e virtù morali indispensabili per esercitare la funzione di suprema Autorità teologica e per emettere sentenze di diritto religioso; b) perspicacia in campo politico e sociale, coraggio, forza, ed opportune capacità amministrative».
 
7. Sulla successione all’ayatollah Sistani si veda Mehdi Khalaji, The last Marja. Sistani and the end of traditional religious authority in Shiism, Washington Institute for Near East Policy, settembre 2006.
 
Annalisa Perteghella, ISPI Research Assistant

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