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Esteri
Mezzo Iraq è in mano ad Al Qaeda. Fallimento della “pax americana”

Era il 20 marzo del 2003 quando le truppe statunitensi, seguite dagli alleati fra cui l’Italia, invadevano l’Iraq con il pretesto di colpire il regime di Saddam Hussein prima che questi impiegasse le armi di distruzione di massa, le quali poi si dimostrarono inesistenti. I motivi dell’iniziativa dell’allora presidente Usa George W. Bush erano molteplici, dal mantenere in funzione la macchina e l’industria bellica al piazzare nel paese mediorientale le proprie basi, dai 500 miliardi di dollari previsti per la ricostruzione, affare d’oro che interessa 7 banche occidentali, al controllo del prezzo del petrolio (se fosse andato sui mercati il petrolio iracheno, il prezzo dei carburanti sarebbe crollato), e si potrebbe continuare a lungo.

Di certo alla scusa di esportare in Iraq la pace e la democrazia ci hanno creduto solo gli allocchi, anche perché sono molte aree al mondo dove i diritti umani venivano e vengono costantemente calpestati, ma, ad esempio, dell’eccidio del Burundi, in cui in tre mesi nel 1993 vennero massacrati un milione di individui, o oggi del Boko Haram in Nigeria, interessa davvero poco a tutti. Stati Uniti compresi.

Ed è proprio guardando la situazione in cui versa oggi l’Iraq che viene da costatare il completo fallimento del proposito, tutto americano, di esportare la pace e la democrazia: gli scontri interetnici e interconfessionali sono all’ordine del giorno, come gli attentati, gli omicidi e i sequestri di persona; solo nel 2013 i morti per atti terroristici sono stati 7.400, mentre per quest’anno sono già oltre 4mila. La debacle della politica pacificatrice e democratizzatrice Usa è ancora più evidente da quando, operato per cancellare le dittature laiche, hanno preso piede i radicalismi e un po’ ovunque si è aperta la strada al nemico giurato, al-Qaeda. Appare quindi evidente (ma si è sempre saputo per la sua logicità) che la democrazia non si costruisce schiacciando un bottone, ma è un valore che ogni popolazione deve conquistare in modo autonomo, attraverso un processo culturale che richiede decenni, forse secoli. Com’è stato anche in Europa.

In Iraq gli scontri fra sciiti e sunniti si sono in breve trasformati in guerra fra esercito e quaedisti (altro concetto ampiamente previsto), per cui i miliziani dell’Isil (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, gruppo attivo anche in Siria nella lotta contro Bashar al-Assad) stanno facendo cadere villaggi e città, uno dopo l’altro, per istaurare un emirato islamico improntato sull’osservazione della Sharia, la rigida legge islamica.

Fallujah, la seconda città dell’Iraq e capoluogo dell’Anbar, è stata conquistata a gennaio, nel più completo disinteresse della comunità internazionale. Con essa sono passati ai qaedisti vari villaggi, fino a Mosul, capoluogo di Ninive, ieri, e Samarra. Il governatore di Ninive, Ethal Nujaifi, che è riuscito a fuggire, ha riferito che l’esercito si è ritirato senza dare battaglia, cosa ribadita anche dalle numerose testimonianze dei cittadini di Mosul in fuga, mentre il premier Nuri al-Maliki, di cui da più parti si invocano le dimissioni, ha chiesto al Parlamento la dichiarazione dello stato di emergenza e il presidente del Parlamento iracheno, Osama al-Najafi, aiuto al governo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, presieduta da Masud Barzani. Dietro ai qaedisti vi sono le potenti monarchie del Golfo, in particolare il Qatar, il quale proprio con l’Occidente sta facendo affari d’oro. E non solo: un po’ ovunque, dall’Egitto alla Libia e alla Siria è in atto un duro scontro fra Arabia Saudita e Qatar per contendersi il ruolo di rappresentanza con l’Occidente, una lotta che i due paesi non giocano in casa, bensì più comodamente in casa degli altri.

Fatto sta che al momento decine di migliaia di profughi sono in fuga da Mosul esattamente come a gennaio erano in fuga da Fallujah, anche in quel caso nel completo disinteresse della comunità internazionale. Questa volta ad accogliere chi scappa sono i curdi della Regione autonoma, già messi a dura prova dall’accoglienza dei numerosissimi siriani e quindi dimostrando capacità e coraggio.

E’, insomma, il caos. Le ultime notizie danno i qaedisti penetrati nella provincia di Kirkuk e, a sud, nella provincia di Salahuddin. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, si è detto “profondamente preoccupato”, mentre la portavoce del Dipartimento di Stato americano, Jennifer Psaki, ha dichiarato che l’Isis (altro acronimo dell’Isil) “rappresenta una minaccia per la stabilità dell’Iraq, ma anche per quella dell’intera regione”. Cosa che, di fatto, testimonia l’inconsistenza della “pax americana”.

da http://www.notiziegeopolitiche.net/

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