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Esteri

Dopo 8 anni, i repubblicani tornano in maggioranza, strappando il Senato ai democratici e confermando la maggioranza alla Camera. Nella nuova legislatura il Grand Old Party potrà contare almeno su 52 senatori su 100 e su 249 seggi alla Camera contro i 186 dei democratici. 
 
La vittoria dei repubblicani era stata prevista da tutti i sondaggi, ma i risultati sono andati addirittura oltre le aspettative. E la forbice al Senato potrebbe addirittura allargarsi dopo il ballottaggio in Louisiana del prossimo 6 dicembre.
 
Le elezioni di metà mandato sono tradizionalmente considerate una sorta di referendum sulla politica del presidente in carica e per Obama quelle di martedì hanno portato a una netta bocciatura.  Ora cominciano due anni molto difficili per il presidente, ormai “anatra zoppa”, che dovrà gestire il potere esecutivo da una posizione di grande debolezza con le Camere in mano ai repubblicani e un partito che dovrà rapidamente costruire una nuova strategia elettorale per tornare competitivo alle presidenziali del 2016.
 
 
 
Che cosa comporta la vittoria dei repubblicani?
 
Dopo il risultato di martedì, è probabile che la presidenza di molte commissioni-chiave al Senato possa passare in mano ai repubblicani, che quindi saranno in grado di dettare la linea politica su diverse iniziative legislative. Questo rappresenta un ottimo assist che il GOP potrà usare a proprio vantaggio durante la campagna per le presidenziali del 2016 che di fatto è già iniziata.
 
Secondo le previsioni, la vittoria dei repubblicani potrebbe avere un impatto positivo sulle iniziative commerciali multilaterali in discussione, tra cui il T-TIP (Transatlantic Trade and Investment Partnerhsip, con l'UE) e il TPP (Trans-Pacific Partnership, con i paesi Asia-Pacifico).
 
Nonostante la conclusione di questi accordi verrebbe considerata un successo per l'amministrazione Obama, le maggiori riserve vengono sollevate dai democratici, a causa dell'impatto negativo che potrebbero avere sull’occupazione americana. I repubblicani, invece, sembrano disposti a favorirli in quanto il free trade è da sempre un loro cavallo di battaglia e un successo in questo campo potrebbe tornare utile in campagna elettorale e per smarcarsi dalle accuse di aver bloccato il lavoro del presidente.
 
Sul fronte della politica estera, invece,  un Senato in mano ai repubblicani potrebbe avere un impatto negativo sui dossier più spinosi: Iran, Russia e Siria.
 
Obama, che presumibilmente spera di concludere il proprio mandato con un successo in politica estera come l'accordo con l'Iran, sarà ora costretto a rivedere la sua strategia. Poiché un accordo con l’Iran, per entrare in vigore, ha bisogno di un voto positivo dei 2/3 del Senato, ora difficilmente raggiungibile, Obama starebbe pensando a una sospensione temporanea delle sanzioni, chiedendo in cambio all'Iran di soddisfare le richieste americane. Una volta che l'Iran abbia dimostrato la propria "buona fede" potrebbe diventare più facile convincere i repubblicani ad approvare un accordo finale, che a quel punto diventerebbe ufficiale.
 
I repubblicani sono storicamente più rigidi con la Russia rispetto ai democratici. Ad aprile erano stati loro a premere per ulteriori sanzioni e adesso hanno i numeri per poter richiedere un quarto round. In ogni caso, le relazioni con la Russia sono talmente deteriorate che persino molti democratici sembrano propensi a prendere l’iniziativa se Obama non decidesse per una linea più dura. Il primo banco di prova per il nuovo Senato a guida repubblicana potrebbero essere le due proposte di legge bipartisan, attualmente in discussione, sulla fornitura di armi all'Ucraina.
 
In questa campagna elettorale i repubblicani hanno molto insistito sulle critiche a Obama per la sua inattività sul fronte siriano e del terrorismo jihadista. È quindi probabile che un Senato repubblicano premerebbe per una svolta più muscolare nei confronti dell'IS che però difficilmente prenderebbe la forma di un’azione "boots on the ground" che resta un tabù anche per i repubblicani.
 
 
 
Vittoria di Pirro?
 
Il controllo del Senato potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio per i repubblicani. La ‘coabitazione’ tra presidente e Parlamento dai colori politici diversi non sarebbe certo una novità a Washington, ma lo scollamento tra le richieste della base radicale (a cui i Congressmen devono la loro elezione) e le necessità di compromesso che questa coabitazione richiede non erano mai stati tanto evidenti quanto oggi. Come sottolineato dal Washington Post, a fare le spese di un protratto blocco istituzionale sarebbe proprio il Partito Repubblicano: Obama ha comunque diritto di veto su molte delle proposte di legge in discussione e sulle tematiche di rilevanza internazionale, e i democratici avrebbero quindi vita facile nell’attribuire al GOP le colpe di un biennio di paralisi nel 2016. Oltre al presidente, tra due anni gli americani rinnoveranno di 1/3 lo stesso Senato, e questa volta 24 dei 34 seggi in discussione saranno repubblicani.  
 
Inoltre, come sottolineato dal Foreign Affairs, il ‘Grand Old Party’ è mutato profondamente nei quasi sei anni di amministrazione Obama a causa di tre principali trend socio-politici, tutti interconnessi e dipendenti fra loro: all’invecchiamento dell’elettorato medio conservatore si sono sommati la crescente radicalizzazione ideologica dei finanziatori e un irrigidimento dei processi politici interni, che ha ulteriormente impedito al partito di adattarsi al mutamento della società e che potrebbe penalizzarlo quando in palio ci sarà la Casa Bianca.

Da http://www.ispionline.it/

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