Emergenza Ceuta, Rabat cambia rotta: già rimpatriati 25mila migranti. Dietro la crisi il nodo Sahara e la sentenza spagnola
“Ci riprendiamo tutti, senza alcuna eccezione”. È l’impegno assunto dal ministro dell’Interno marocchino, Abdelouafi Laftit, nei confronti del governo spagnolo dopo l’arrivo a Ceuta, negli ultimi giorni, di circa 60mila cittadini marocchini. L’enclave spagnola in territorio africano è tornata così al centro di una delle più gravi emergenze migratorie degli ultimi anni.
Spagna e Marocco, ha spiegato il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska, “si sono impegnati a rivedere e attuare misure che consentano il rinvio, nel più breve tempo possibile, di tutte le persone entrate illegalmente a Ceuta”. Un’intesa che sta già producendo i primi effetti: secondo le stime, circa 25mila persone sarebbero già state rimpatriate.
Dietro la rapida reazione di Rabat ci sarebbe anche una precisa strategia politica. Secondo diversi analisti marocchini interpellati dall’Adnkronos, il Regno “non ha alcun interesse a far emergere l’immagine di un Paese in crisi”, soprattutto a pochi giorni dal Discorso del Trono pronunciato da re Mohamed VI, nel quale il sovrano ha descritto il Marocco come uno Stato economicamente dinamico, politicamente stabile e sempre più attrattivo per gli investimenti internazionali.
Nel suo intervento, il re aveva rivendicato i risultati raggiunti dall’economia marocchina, definendo il Paese “diventato il primo esportatore di auto in Africa” e sottolineando come “i settori dell’automotive, dell’aeronautica, delle energie rinnovabili e dell’industria agroalimentare sono i pilastri essenziali del tessuto produttivo nazionale, per la loro capacità di attrarre investimenti e della loro capacità di creare ricchezza e occupazione”.
Nel discorso reale, però, non c’è stato alcun riferimento alla questione del Sahara Occidentale. Un silenzio che, secondo alcune letture, potrebbe essere tutt’altro che casuale. Tra le ipotesi avanzate c’è infatti quella che collega l’improvvisa ondata migratoria alla visita del premier spagnolo Pedro Sánchez ad Algeri, avvenuta il 20 luglio, interpretata da alcuni osservatori come un elemento di tensione nei rapporti tra Madrid e Rabat sul dossier del Sahara.
Un precedente esiste. Nel maggio 2021 circa 8mila persone riuscirono a entrare a Ceuta nell’arco di poche ore, dopo il ricovero in un ospedale spagnolo di Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, episodio che provocò una pesante crisi diplomatica tra Spagna e Marocco.
“Non si può escludere una similitudine con quanto successo cinque anni fa”, osservano fonti informate, che evidenziano però anche un’evidente contraddizione. Da una parte il “ottimista e lungimirante del re cozzi con le immagini a cui stiamo assistendo in queste ore”, dall’altra una realtà sociale che continua a fare i conti con profonde disuguaglianze e con il crescente malcontento di molti giovani, nonostante una crescita del Pil attesa intorno al 5% anche nel 2026.
Un’altra spiegazione della crisi viene invece individuata sia a Rabat sia a Madrid nella sentenza emessa l’8 luglio dal Tribunale Supremo spagnolo. La decisione stabilisce che i migranti arrivati a nuoto a Ceuta non possano essere respinti automaticamente, ma debbano essere sottoposti a una procedura amministrativa più articolata, che garantisce maggiori tutele.
Una novità interpretata da molti come un’opportunità per raggiungere l’Europa e immediatamente sfruttata dalle reti del traffico di esseri umani. Lo stesso Sánchez ha denunciato “l’interpretazione opportunistica da parte delle mafie del traffico di esseri umani” della sentenza. Secondo il racconto di diversi migranti arrivati a Ceuta, sui social network e su piattaforme molto frequentate dai più giovani, come Discord, si sarebbe rapidamente diffuso un passaparola che descriveva l’enclave spagnola come una frontiera ormai aperta verso l’Europa.

