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Esteri
Didi? Le Ipo cinesi a Wall Street aumentano. Ma Xi vuole lo stop per i dati

Decoupling, ossia disaccoppiamento delle economie. Se ne chiacchiera da qualche tempo, ma finora tracce di una possibile cortina di ferro commerciale le si erano intraviste solamente nel settore tecnologico. Ora, però, qualcosa sembra poter cambiare, invadendo anche il campo finanziario. Anche se, guardando i dati, l'interconnessione tra aziende cinesi e Wall Street si è semmai rafforzata durante gli ultimi tempi, mentre fuori impazzava la guerra commerciale, tecnologica, diplomatica, geopolitica e ora con Biden anche ideologica.

Altre 34 aziende cinesi rischiano lo stop per le Ipo a Wall Street

Eppure la storia di Didi Chuxing è esemplare. E non è l'unica, visto che ci sono altre 34 Ipo di aziende cinesi o di Hong Kong che attendono il via libera a Wall Street. Seguendo il modello della doppia circolazione, annunciato da Xi Jinping lo scorso autunno durante un cruciale viaggio nel Guangdong, Pechino vuole mantenere nella "piccola circolazione", quella interna, capitali, idee, energie, dati. E la "grande circolazione", quella esterna, conta sempre meno o almeno si cerca di farla contare sempre meno. Obiettivo autosufficienza, anche a costo di perdere (tanti soldi).

La Cina inasprisce le regole per le quotazioni all'estero

Il governo cinese ha infatti intenzione di inasprire le regole per le aziende intenzionate a quotarsi all'estero. Il Consiglio di Stato sta lavorando a nuove misure “sulla sicurezza dei dati, il flusso di dati transfrontalieri e la gestione di altre informazioni riservate”. Le nuove linee guida sono state ufficialmente introdotte per far fronte ai “profondi cambiamenti nell’ambiente economico e finanziario”, visto che l'attuale procedura richiesta per le Ipo all’estero è stata formulata nell'ormai lontano 2005, quando la Cina non era ancora il colosso di oggi.

Ma in realtà aumentano le quotazioni cinesi negli Usa

In realtà, a oggi le aziende cinesi quotate negli Stati Uniti sono 248, 36 in più rispetto a un anno fa. E si tratta dell'aumento più significativo dal 1995, in pratica preistoria se si considera quanto sono cambiati il mercato e l'ecosistema economico cinesi da allora. Ma ora le tensioni con Washington e la necessità di Pechino di mantenere i capitali all'interno del paese stanno rapidamente cambiando il panorama. E non è un caso che la stretta arriva mentre negli Stati Uniti si lavora a leggi più stringenti sul processo di auditing che minaccia di espellere le aziende inadempienti. Soprattutto quelle cinesi. Il messaggio è chiaro: non quotatevi all'estero ma in Cina.

Il governo cinese vuole i dati delle piattaforme

Le misure previste potrebbero avere implicazioni di vasta portata per molte delle big tech cinesi che puntano all'internazionalizzazione. Tra queste, oltre a Didi, sono state colpite anche Boss Zhipin, Yunmanman e Huochebang. Sullo sfondo, ci sono in realtà anche motivazioni molto interne. Il governo ha deciso di non lasciare più il monopolio della gestione dei dati alle grandi piattaforme private. Ecco perché, dopo Ant Group, anche Didi (che ha oltre mezzo miliardo di utenti) è finita nel mirino del partito-stato. 

I motivi politici dietro lo stop a Didi & co.

C'è poi un aspetto politico. Il governo non può e non vuole consentire la minima speranza circa la possibilità che le big tech possano lentamente trasformarsi da centri di potere economico, tecnologico e di dati in centri di potere politico o comunque farsi portavoce di istanze politiche che possano in qualche modo mettere in difficoltà il Partito. Meglio il bastone, sempre. Anche per mettersi in una posizione negoziale migliore, colpendone (più di) uno per educarne (più di) cento.

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