Xi-Trump, dietro la stretta di mano resta il gelo. Ecco perchè
Il viaggio di Xi Jinping a Washington si è concluso tra dichiarazioni, strette di mano e segnali distensivi, ma anche con diversi interrogativi sui risultati concreti del vertice tra Stati Uniti e Cina. La proroga della tregua sui dazi rappresenta uno dei principali elementi emersi dall’incontro, mentre restano aperti i dossier più delicati nei rapporti tra le due potenze, da Taiwan alla competizione commerciale e tecnologica. A leggere ciò che si è mosso – e soprattutto ciò che non si è mosso – durante il bilaterale è Arduino Paniccia, analista di strategia militare e geopolitica e fondatore e presidente della Scuola di Guerra Economica e Competizione Internazionale di Venezia (ASCE). L’analisi per Affaritaliani.
L’analisi
“Il viaggio di Xi Jinping negli Stati Uniti è terminato e si possono tirare le prime conclusioni di un bilaterale che, tra i pochi risultati concreti, ha prodotto la proroga di due mesi della tregua sui dazi. Un congelamento della guerra commerciale che rischiava ormai di colpire in profondità tanto gli interessi americani quanto quelli cinesi. Al di là di questo risultato, il vertice è stato ricco di coreografie, immagini e dichiarazioni, ma molto più povero di concretezza. È però riemersa un’espressione usata nella guerra fredda, ai tempi della deterrenza nucleare, che sembra piacere particolarmente a Xi Jinping: “stabilità strategica”. Pechino e Washington l’avevano già utilizzata dopo l’incontro di maggio e Xi l’ha nuovamente posta al centro dei rapporti tra le due potenze.
Una contraddizione quasi in termini, perché la strategia non è mai stabile: è sempre alla ricerca delle condizioni migliori. Ma per Pechino la stabilità strategica nel Pacifico significa soprattutto Taiwan. Xi ha chiesto ancora una volta agli Stati Uniti di non sostenere l’indipendenza dell’isola e di affrontare la questione con “prudenza”. Sullo sfondo restano circa 14 miliardi di dollari di vendite di armamenti americani a Taiwan attualmente sotto revisione dell’amministrazione Trump. Poi mancavano gli imprenditori cinesi.
Pechino aveva preannunciato una consistente delegazione di dirigenti d’impresa che avrebbe dovuto accompagnare Xi. Alla vigilia della visita, però, la delegazione è scomparsa dal programma. Alla cena di Stato era presente una nutrita rappresentanza dell’élite economica americana, da Elon Musk a Sam Altman, Jeff Bezos, Tim Cook, Jensen Huang e Mark Zuckerberg, mentre la delegazione cinese era composta essenzialmente da dirigenti politici e funzionari. E c’è un’altra assenza interessante. Nella delegazione ufficiale di Xi non figurava Chen Jining, segretario del Partito comunista di Shanghai, uno degli esponenti di rilievo della nuova generazione dirigente cinese e dato per potenziale successore del Presidente.
È un altro segnale di quanto Pechino continui a evitare qualsiasi indicazione pubblica su un possibile dopo-Xi. E forse anche di quanto le vicende all’interno del Politburo e del Partito siano meno leggibili di quanto appaiano dall’esterno. Lao Tzu diceva: ‘Chi sa non parla, chi parla non sa’. A Washington si è parlato molto. Forse bisognerà guardare soprattutto a ciò che non è stato detto”.


