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Esteri
Sull'égalité la Francia non ha le idee chiare


Di Gianni Pardo

Liberté, égalité, fraternité. Sulla fraternità non c’è molto da contare, se è vero che per questioni d’eredità nascono autentiche guerre giudiziarie fra i fratelli di sangue. Ma la libertà e l’uguaglianza gli uomini le vorrebbero davvero. La libertà politica e i suoi limiti sono difficili da definire, ma lo stesso tutti abbiamo abbastanza chiara la differenza tra la Mosca di Stalin e la Londra dei Beatles. Dove le cose si complicano è quando si arriva all’uguaglianza.

In Francia, chi invocava l’égalité aveva le idee abbastanza chiare. Non era passato molto tempo da quando i nobili erano giudicati diversamente dai borghesi, da quando i religiosi avevano una loro indipendenza, e da quando negli Stati Generali si votava “per stati”: la nobiltà aveva un voto, i religiosi avevano un voto e il popolo – quello che pagava le tasse e manteneva tutti - aveva anch’esso un voto. E finiva in minoranza.

L’égalité viene da lontano e da allora ha fatto molta strada. Anche troppa. Mentre in origine si parlava di pari diritti politici e del tentativo di mettere tutti nelle stesse condizioni di partenza (per esempio con la scuola elementare obbligatoria e gratuita) a poco a poco l’uguaglianza si è spostata dall’uguaglianza dei punti di partenza all’uguaglianza dei punti d’arrivo. “Perché lui deve guadagnare più di me, anche se lavoriamo lo stesso numero di ore?” E questo genere di protesta è divenuto talmente corrente che nessuno più si accorge di quanto sia stupido. Non si comprende che un lavoro è retribuito non in base allo sforzo che costa o al suo valore morale, ma in base a ciò che qualcuno è disposto a pagare per quella prestazione.

L’uguaglianza dei punti d’arrivo è una stupidaggine ed anzi una totale impossibilità. È facile osservarlo nei posti in cui tutti sono nelle stesse condizioni: nelle carceri, nelle scuole pubbliche, nel servizio militare, dovunque tutti siano “uguali”. Dopo un po’ di tempo inevitabilmente si forma una gerarchia di meriti e poteri e nascono “i capi naturali”. La cosa si verifica anche nelle specie animali, dalle galline in su. A chi si lamenta delle disuguaglianze si potrebbe chiedere: “Se un tizio è più intelligente di te, più forte di te, più abile di te, sarebbe giusto – visto che parli di giustizia – che guadagnasse quanto te?”

Chi parla di una “giustizia” di questo genere lo fa esclusivamente per motivi d’interesse. Perché gli converrebbe un pareggiamento artificiale dei redditi. È un po’ ciò che si tenta in un Paese para-sovietico come l’Italia, dove si parla continuamente di ridistribuzione della ricchezza, nel senso che chi l’ha prodotta debba averne quanto chi non l’ha prodotta.

L’unico fatto che può lasciare perplessi, dal punto di vista sociale, è la diversa condizione tra il figlio del povero e il figlio del ricco: è innegabile che quest’ultimo gode d’infiniti vantaggi, senza alcun merito. Ma c’è un motivo per accettare questa disuguaglianza. Per cominciare, tutti i genitori cercano di dare il massimo ai loro figli: e non sarebbe giusto vietare ciò ai genitori ricchi. Ma soprattutto, se glielo impedissimo, verrebbe meno quella spinta alla produzione di ricchezza che rende prosperi i Paesi liberi. Ecco perché Rousseau sbagliava, andando contro la possibilità di lasciare i propri beni in eredità ai figli. Se ciò non fosse possibile, a parte gli imbrogli che nascerebbero per aggirare la legge, molti non avrebbero più l’incentivo per ammassare grandi fortune: e il risultato sarebbe una minore produzione di ricchezza nel Paese. È per amore della collettività che conviene sopportare la stupida arroganza del figlio del ricco. Ché del resto, se è un vero imbecille, la vita poi fa giustizia. Come dice il proverbio inglese, lo sciocco e il suo denaro sono presto separati..

L’uguaglianza sostanziale è impossibile. Bisogna soltanto aiutare gli sfortunati per metterli, per quanto possibile, nelle condizioni di partenza degli altri. Sono dunque benvenute le borse di studio per gli studenti poveri e meritevoli; è benvenuto l’abbattimento delle barriere architettoniche per i disabili; è benvenuta l’assistenza medica per chi non se la può permettere, ma da questo a pretendere di eliminare le differenze dovute al merito o persino alla semplice fortuna – come la bellezza o il talento – ce ne corre eccome. Fra l’altro, mentre tutti sono pronti a giudicare un’ingiustizia che qualcuno possa arricchirsi col proprio aspetto nessuno si accorge che è parimenti un’ingiustizia essere molto più intelligenti, volenterosi, artisticamente dotati di altri: nessuno si è fabbricato da sé.

Chi nella vita è rimasto più o meno povero è bene si dica che, molto probabilmente, non ha meritato di meglio. Vale anche per il vostro

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