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Esteri
Contro l’IS gli Usa superano il “leading from behind”

A un mese dal momento in cui Obama annunciava di aver autorizzato i primi attacchi aerei “mirati” contro l’IS,  il presidente americano ha tenuto l’atteso discorso nel quale ha annunciato l’espansione delle attività militari per contrastare il gruppo islamista in Siria e Iraq.

Obiettivo della missione è "indebolire e distruggere" l’IS  che Obama ha definito un “cancro da estirpare”, ricordando che sarà un processo lungo che potrebbe mettere a rischio soldati statunitensi. Obama ha anche confermato che gli Stati Uniti stanno costruendo una coalizione internazionale, elemento essenziale per la riuscita dell’azione ma escluso che questa possa comprendere anche un coinvolgimento del regime  di Bashar al-Assad.

In linea con quanto deciso nel vertice Nato in Galles della settimana scorsa, il piano di Obama non prevede di inviare soldati a combattere nuovamente sul suolo iracheno né in Siria. La strategia, invece,  si poggia su quattro i perni fondamentali: sistematica campagna di attacchi aerei a sostegno delle forze di terra; sostegno in chiave di addestramento, equipaggiamento e intelligence alle forze operanti sul terreno attraverso personale (475 unità) che si aggiungeranno alle “centinaia” già sul posto;  prosecuzione del lavoro mirato ad incrementare le capacità di azione anti-terroristica in termini finanziari, di intelligence di difesa, di propaganda ideologica e di contrasto del flusso dei combattenti stranieri ; continuazione dell’opera di assistenza umanitaria.

Obama si è mostrato risoluto nei toni e nei contenuti, una necessità per il presidente dopo il passo falso del “non abbiamo ancora una strategia” che Obama si è lasciato sfuggire mentre sottolineava come si ponesse la priorità di una coalizione regionale anti-IS e si ribadiva l’importanza decisiva della formazione di un governo di unità nazionale a Baghdad ad opera del premier designato al Abadi.

Possiamo dire –commenta Armando Sanguini, ISPI Scientific Advisor -  che le attese non sono state deluse né sotto il profilo dell’abilità retorica né sotto quello della chiarezza del messaggio e tanto meno sotto quello della determinazione della Casa Bianca a “degrade and ultimately destroy” questo IS che non è uno Stato e non è islamico, ma semplicemente un gruppo terroristico, ha significativamente  e con grande efficacia sottolineato Obama.

Anche nel passaggio sulla Siria Obama ha confortato le attese, occidentali e del mondo arabo, nella misura in cui non ha offerto alcuna sponda a Bashar al-Assad la cui fine politica continua ad essere negli obiettivi di Washington, e ha soprattutto indicato nelle forze di opposizione lo strumento per combattere l’IS in Siria con il necessario supporto americano in termini di addestramento ed equipaggiamento: un segnale importante per l’Arabia saudita e il mondo arabo in generale preoccupato del fatto che la lotta all’IS possa implicare un avvicinamento all’Iran.

Una delle principali novità della strategia di Obama  - continua Sanguini nel suo commentary – è la scelta del presidente americano di non reiterare il concetto del leading from behind ma anzi chiarire in maniera marcata che gli Usa assolveranno al loro ruolo storico di “leadership mondiale”.

Qui la retorica l’ha fatta da padrona e ha posto in evidenza un Obama con tutta la necessaria grinta del comandante in capo. Anche nei riguardi di un Congresso di cui ha sollecitato il consenso ma al quale non ha riconosciuto la potestà di legittimare l’azione dell’Esecutivo in questa lotta al terrorismo.

Nel suo discorso Obama ha fatto enfatico riferimento ai valori della libertà, della giustizia e della dignità, che hanno guidato il paese dalla sua fondazione rimarcando come “ciò faccia la nostra differenza nel mondo”. Diciamo -  prosegue Sanguini - che si può comprendere come il patriottismo spinga talvolta ad andare oltre la soglia del ragionevole, ma non giustificarlo. Tanto meno in un contesto come quello dell’estremismo e terrorismo di matrice islamica dove il tratto culturale e di civiltà dovrebbero costituire un fattore di profonda riflessione ed elemento portante di una strategia politica sostenibile e vincente.

La sostanziale assenza di questa dimensione costituisce forse il limite principale della strategia annunciata da Obama che è parso non cogliere il fatto che dal 2001 ad oggi e con tutto l’armamentario preventivo e offensivo usato contro di esso, la fermentazione delle cellule terroristiche si sia espansa in maniera preoccupante. Così come è parso lontano dal quesito delle motivazioni che possono spingere tante migliaia di giovani, occidentali e non, ad aderire al richiamo di queste cellule di cui l’IS è al momento la principale espressione. C’è da augurarsi che Kerry ne tenga conto soprattutto nei contatti con i suoi interlocutori islamici, sui quali incombe una specifica responsabilità e potenzialità di intervento e con quelli europei, principalmente mediterranei, che possono far ricorso ad una consolidata tastiera pluri-culturale.

Detto questo, - conclude la sua riflessione Sanguini - occorre plaudire a questo intervento del presidente americano per aver segnato questo nuovo orizzonte che non è solo operativo ma anche politico e concettuale e appare aperto ad una sintesi di partnership positivamente innovativa. Bene ha fatto il governo italiano ad associarsi al primo appello in proposito fatto da Obama dal vertice della Nato e ancor meglio sarà se saprà offrire anche un contributo arricchente sotto il profilo culturale.

da www.ispionline.it

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